Pesticidi, nuovo piano per ridurli procede nell’ombra mentre ‘mancano controlli e dati’. E studio rivela danni del glifosato

 

Mentre il Parlamento europeo chiede più trasparenza negli iter di autorizzazione dei pesticidi, in Italia la revisione del Piano di azione per ridurli procede nell’ombra, senza tracce ufficiali, nessuna risposta da parte del ministero dell’Agricoltura alle nostre domande e una consultazione pubblica per il momento in forse.

Non va meglio per i risultati del Piano precedente, quello in scadenza, che nonostante le richieste europee non ha introdotto obiettivi obbligatori di riduzione né aperto le porte a maggiori controlli, lasciando tutto ad azioni volontarie.

Il potere nel settore agricoltura fa capo al ministero, ma come prevede la riforma del titolo V della Costituzione, molto si concentra in mano alle Regioni, spesso orientate a mettere al primo posto la produzione agricola.

Si veda il caso della Toscana che a luglio scorso ha varato un provvedimento con cui permette di spargere pesticidi anche nelle zona di tutela delle falde acquifere.

Quelle da cui arriva l’acqua potabile e che in aree di agricoltura intensiva come il pistoiese mostrano i primi segnali di contaminazione da pesticidi.

Tutto questo mentre i ricercatori dell’istituto Ramazzini che stanno lavorando al primo studio indipendente, globale e di lungo periodo sul glifosato disegnano un quadro peggiore di quelli finora noti.

Zero trasparenza

La revisione del Piano per l’uso sostenibile dei pesticidi (il così detto Pan) spetta al ministero delle Politiche agricole, di concerto con quelli dell’Ambiente e della Salute.

Il confronto avviene in un Consiglio tecnico-scientifico, in cui siedono esperti pubblici indicati dai tre dicasteri e dalle Regioni, ma sul lavoro che svolge c’è il buio. 

Daniela Altera, funzionaria del ministero dell’Ambiente uscita da quel Consiglio nel 2014 sbattendo la porta, racconta a ilfattoquotidano.it: “Non vengono rese pubbliche riunioni, verbali, ordini del giorno.

Mi sono dimessa lo stesso giorno in cui lo scorso Pan è stato chiuso: era stato fatto un gioco sporco calpestando la tutela dell’ambiente e della salute”.

Per il responsabile Agricoltura del WwfFranco Ferroni, “la cosa più preoccupante però è che non è mai stato esplicitato quale sarà il percorso per rivedere il Pan: abbiamo ricevuto solo informazioni verbali.

Il ministero ci ha chiesto con una lettera di mandare le nostre osservazioni al Piano attuale.

Non abbiamo fatto altro che rimandare le nostre richieste già inviate cinque anni fa, quando nessuna delle istanze degli ambientalisti era stata accolta”.

L’altra volta, infatti, le parti erano state consultate solo a Pan sostanzialmente concluso.

Nonostante vari solleciti, il ministero dell’Agricoltura non ha risposto alle domande del Fatto.it su questo tema.

Risultati poco soddisfacenti

A criticare l’azione dell’Italia sono stati anche gli ispettori della Commissione europea, venuti in Italia nel 2017 per verificare l’applicazione della direttiva comunitaria sull’uso sostenibile dei pesticidi.

A fronte di vari aspetti positivi, nel loro rapporto finale si legge che il Pan “manca degli obiettivi quantitativi e degli obiettivi specifici richiesti dalla direttiva” e che “l’adozione del primo piano d’azione nazionale ha subito un ritardo di 14 mesi e ciò ha causato ritardi nella sua attuazione”.

Problemi anche per dati e controlli: “Al momento della missione non esisteva un quadro chiaro riguardante l’attuazione del Pan e l’efficacia delle misure messe in atto per realizzare l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari”, mentre a i controlli sul corretto uso delle sostanze chimiche “sono limitati ai coltivatori che ricevono aiuti finanziari per partecipare a regimi volontari”.

Distanze di sicurezza e obbligo di avviso

In una conferenza stampa alla Camera, l’associazione dei medici per l’ambiente (Isde), insieme alla coalizione Stop glifosato e altre associazioni, ha presentato una raccolta di 25mila firme, per chiedere che siano fissate distanze di sicurezza chiare ed inderogabili tra campi irrorati di pesticidi e abitazioni e coltivazioni biologiche e che sia stabilito e fatto rispettare l’obbligo di avvisare i residenti prima di ogni trattamento.

La legge al riguardo è carente e inefficace, motivo per cui sempre più cittadini chiedono una riformulazione, chiara e inequivocabile, di un sistema di regole che tuteli e protegga realmente la popolazione rurale e sia in linea con il principio di precauzione”, spiegano i promotori dell’iniziativa.

È difficilmente credibile che anche le esposizioni ambientali di chi vive nelle aree agricole possano essere scevre da rischi: le molecole dei pesticidi sono ormai entrate stabilmente nel nostro habitat, contaminano le acque, i terreni, gli alimenti e si ritrovano nel cordone ombelicale e nello stesso latte materno”, spiega la direttrice dell’Istituto Ramazzini, Fiorella Belpoggi.

Secondo gli ambientalisti il Consiglio sta discutendo delle distanze di sicurezza, ma non è detto che le proposte verranno accolte: “A partire dalla formazione del Consiglio, l’aspetto ambientale e della salute è stato trascurato e sfavorito rispetto a quello agricolo”, dice Altera.

In Toscana pesticidi anche vicino alle falde

La stessa impostazione che ha ispirato il provvedimento di questa estate della Regione Toscana, che apre all’uso indiscriminato di una trentina di pesticidi anche nelle aree di salvaguardia delle falde acquifere ad uso potabile.

Tutto in barba alla normativa ambientale nazionale e ai dati dell’Arpa che mostrano i primi segni di contaminazione da pesticidi anche nelle falde acquifere profonde.

Contro il provvedimento di luglio quattro associazioni della regione, tra cui il comitato Acqua bene comune di Pistoia, hanno già presentato un ricorso al Tar, preoccupate per gli effetti sull’ambiente e la salute.

I richiami di scienza e Parlamento europeo

Il centro di ricerca Ramazzini ha iniziato la prima ricerca indipendente, globale e a lungo termine sugli effetti del glifosato.

È finanziata attraverso una campagna di crowdfunding: per concluderla serve un milione di euro, al momento ne sono stati raccolti circa 130mila.

I risultati preliminari mostrano che l’esposizione alla dose considerata sicura negli Usa (ma lo stesso discorso vale anche per i limiti europei) comporta in realtà “un effetto di bioaccumulo”, spiega Belpoggi: “Vengono alterati alcuni importanti parametri biologici, in particolare relativi allo sviluppo sessuale, alla genotossicità e al microbioma intestinale”.

Lo studio dell’istituto Ramazzini è partito in seguito alla proroga europea dell’autorizzazione del glifosato fino al 2022.

Decisione controversa che ha fatto partire anche una commissione speciale del Parlamento europeo dedicata proprio agli iter autorizzativi dei prodotti chimici per l’agricoltura.

La relazione approvata in commissione poche settimane fa e calendarizzata per il voto in plenaria a gennaio chiede una procedura di autorizzazione trasparente, rendendo pubblici gli studi utilizzati per dare il via libera ai pesticidi, oggi riservati.

Non solo: i parlamentari chiedono alla Commissione anche di condurre uno studio epidemiologico sugli impatti dei pesticidi sulla salute nella vita reale, di rivedere quelli esistenti sul glifosato e fissare livelli massimi di residui per i suoli e le acque superficiali.

Forse servirà l’Europa per spingerci a tutelare l’ambiente e la salute.

Distanze di sicurezza e obbligo di avviso

In una conferenza stampa alla Camera, l’associazione dei medici per l’ambiente (Isde), insieme alla coalizione Stop glifosato e altre associazioni, ha presentato una raccolta di 25mila firme promossa dal gruppo Facebook No pesticidi, per chiedere che siano fissate distanze di sicurezza chiare ed inderogabili tra campi irrorati di pesticidi e abitazioni e coltivazioni biologiche e che sia stabilito e fatto rispettare l’obbligo di avvisare i residenti prima di ogni trattamento.

La legge al riguardo è carente e inefficace, motivo per cui sempre più cittadini chiedono una riformulazione, chiara e inequivocabile, di un sistema di regole che tuteli e protegga realmente la popolazione rurale e sia in linea con il principio di precauzione”, spiegano i promotori dell’iniziativa.

È difficilmente credibile che anche le esposizioni ambientali di chi vive nelle aree agricole possano essere scevre da rischi: le molecole dei pesticidi sono ormai entrate stabilmente nel nostro habitat, contaminano le acque, i terreni, gli alimenti e si ritrovano nel cordone ombelicale e nello stesso latte materno”, spiega la direttrice dell’Istituto Ramazzini, Fiorella Belpoggi.

Secondo gli ambientalisti il Consiglio sta discutendo delle distanze di sicurezza, ma non è detto che le proposte verranno accolte: “A partire dalla formazione del Consiglio, l’aspetto ambientale e della salute è stato trascurato e sfavorito rispetto a quello agricolo”, dice Altera.

 

(Articolo di Veronica Ulivieri, pubblicato con questo titolo il 21 dicembre 2018 sul sito online “Ambiente & Veleni” del quotidiano “Il Fatto Quotidiano”)

 



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