Cop24: Usa, Russia, Arabia saudita e Kuwait impediscono l’adozione del Rapporto Ipcc

 

Quando è stato presentato e adottato a ottobre a Incheon, in Corea del Sud, lo Special Report on Global Warming of 1.5°C dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc)  ha  subito avuto un grosso impatto mediatico e politico, per questo gli scienziati, gli ambientalisti e molte delle delegazioni governative presenti alla 24esima Conferenza delle parti dell’United Nations framework convention on climate change (Cop24 Unfccc)  sono rimasti scioccati nel vedere un’alleanza tra Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita e Kuwait opporsi pervicacemente all’adozione di un rapporto che doveva servire da base per una rapida applicazione dell’Accordo di Parigi.

La sporca alleanza tra i Paesi petroliferi e gli Usa di Trump – già di fatto fuori dall’Accordo di Parigi che però non si stanca di boicottare – ha stoppato, impuntandosi su una parola,  un rapporto dell’Ipcc, che era stato commissionato dalla Cop21 Unfccc del 2015 a Parigi, che lancia un preoccupante allarme: il mondo è completamente fuori strada rispetto agli obiettivi di Parigi e si sta dirigendo verso il precipizio climatico dei +3° invece di fermarsi a 1,5° C.

Gli scienziati avvertivano che per mantenere l’obiettivo degli 1,5° C di Parigi le emissioni di CO2 dovrebbero essere ridotte del 45% entro il 2030 e per riuscirci il mondo avrebbe bisogno di «cambiamenti rapidi, di vasta portata e senza precedenti in tutti gli aspetti della società». 

Cambiamenti che evidentemente Arabia Saudita, Usa, Russia e Kuwait non vogliono fare e hanno eretto una vera e propria barriera contro l’adozione da parte della Cop24 Unfccc dello Special Report on Global Warming of 1.5°C dell’Ipcc.

La sporca alleanza voleva imporre al resto dei paesi del mondo che la Cop24 Unfccc «prende nota»  del rapporto, mentre il resto del mondo, a partire dai Paesi poveri e dai piccoli Stati insulari, voleva che la dizione fosse «accoglie» il rapporto.

D’altronde, al summit Ipccc in Corea si era battuta fino alla fine per impedire che venissero accolte le conclusioni del documento, cedendo solo alla fine.

A Katowice l’erede al trono saudita saudita Mohammed bin Salman ha trovato due potenti alleati nei suoi amici Donald Trump e Vladimir Putin e il servile consenso del Kuwait.

La disputa è scoppiata in tutta la sua gravità quando si è cercato di trovare un compromesso in sessione plenaria della Cop24 Unfcc, ma la sporca alleanza ha fatto saltare il tavolo avvalendosi delle regole Onu secondo le quali senza un consenso generale il testo non poteva essere adottato.

I quattro petroliferi hanno sostenuto che il cambiamento di parole non era necessario e l’Arabia Saudita ha minacciato di bloccare l’intera discussione se altri avessero spinto per cambiare la dizione «prende nota» e ha detto che avrebbe interrotto l’ultima parte dei negoziati tra i ministri alla Cop24 Unfccc che si terrà questa settimana.

I negazionisti climatici che governano gli  Usa avevano messo in dubbio la scientificità del Rapporto Ipcc e a Katowice hanno detto che avrebbero accettato una formulazione che evidenzi le scoperte dell’Ipcc, sottolineando però che questo «non implica l’approvazione» dei suoi contenuti. 

La Russia ha dichiarato che «basta osservare», piuttosto che adottare il rapporto, mentre il Kuwait ha dichiarato di essere d’accordo con i sauditi.

E pensare che, prima della plenaria, la segretaria esecutiva dell’Unfccc, Patricia Espinosa, aveva detto di sperare che i paesi avrebbero adottato il Rapporto Ipcc e ne aveva sottolineato l’importanza: «Anche se l’Ipcc è molto chiaro nel dire quanto sarà difficile raggiungere questo obiettivo, direi che è ancora possibile».

Molti Paesi non hanno nascosto il loro malcontento e la loro delusione per il mancato accordo.

Ruenna Haynes di St Kitts e Nevis e rappresentante del gruppo degli Small Island Developing States (Sids) ha evidenziato tra gli applausi dei delegati che «non si tratta di una parola o di un’altra, si tratta prima di tutto del fatto se siamo in grado di poter adottare un rapporto che abbiamo commissionato.

Se c’è qualcosa di ridicolo in questa discussione è che non possiamo adottare il rapporto».

Scienziati e ambientalisti sono molto delusi e Yamide Dagnet, del World Resources Institute ed ex negoziatore climatico del Regno Unito, ha detto: «Siamo molto arrabbiati e troviamo atroce che alcuni Paesi respingano i messaggi e le conseguenze che stiamo affrontando, non accettando ciò che è inequivocabile e non agendo su questo».

Altri hanno fatto notare che alla fine l’Arabia Saudita e gli Usa a ottobre avevano appoggiato il rapporto Ipcc (poi sminuito da Trump) ora sembra che sauditi e statunitensi, appoggiati da russi e kuwatiani, abbiano deciso di lanciare un’offensiva politica contro la possibilità che il rapporto Ipcc diventi davvero centrale per le politiche climatiche ed energetiche globali.

«La scienza climatica non è football politico – ha detto Camilla Born, del think tank climatico E3G – Tutti i governi del mondo, inclusi i sauditi, concordavano sul rapporto dell’1.5C e noi ci meritiamo la verità.

L’Arabia saudita non può mettere in discussione la fisica, il clima continuerà a cambiare».

La richiesta di approvare la parola «adotta» era partita dalle Maldive, che presiedono  l’alleanza dei Sids ed è stata subito sostenuta da molti Paesi e gruppi di Stati, compresa l’Unione europea, il blocco di 47 paesi meno sviluppati, l’Asociación Independiente de Latinoamérica y el Caribe, i Paesi africani, la Norvegia (un altro grande produttore di petrolio e gas), Argentina, Svizzera, Nepal, Bhutan, Isole Marshall, Belize e Corea del Sud.

Il presidente della plenaria, Paul Watkinson, capo negoziatore del ministero dell’ecologia francese, ha cercato per  quasi un’ora di trovare un compromesso, ma la sua proposta di «accogliere il lavoro» degli esperti dell’Ipcc evidenziando «l’imprtanza fondamentale della ricerca» è fallito.

I delegati di America Latina, piccole isole, Ue, Nuova Zelanda, Canada, Africa e altri Paesi hanno sostenuto che non era sufficiente evidenziare il lavoro svolto nel Rapporto Ipcc, ma era necessario affrontarne i risultati.

Watkinson si è detto deluso del mancato accordo, ma un negoziatore ha detto che i colloqui continueranno: «Questo è il preludio a un’enorme lotta la prossima settimana».

Molti delegati ora sperano che i ministri, che arriveranno oggi, cercheranno di rimettere lo Special Report on Global Warming of 1.5°C dell’Ipcc  al centro della Cop24 Unfccc.

«Una formulazione che “accoglie” il Rapporto 1.5° C, piuttosto che “prende nota”, dovrebbe essere il minimo indispensabile» ha ribadito a Climate Home News il negoziatore del Belize Carlos Fuller .

Tuttavia, i Paesi produttori di petrolio riconoscono che se la comunità internazionale lo prenderà in considerazione, significherà un enorme cambiamento nell’utilizzo dei combustibili fossili. 

Dal punto di vista degli Stati Uniti, questa è l’amministrazione Trump che dice “noi non crediamo alla scienza climatica”.

«Secondo me abbiamo vinto la battaglia, perché il titolo di domani sarà: “l’Unfccc non può accettare il rapporto dell’Ipcc”, e la gente dirà “Perché, cosa c’è nel Rapporto?” e andrà a guardarlo».

La “guerriglia” ostruzionistica messa in atto dai Paesi petroliferi ha fatto innervosire Mohamed Nasr, il rappresentante gruppo dei Paesi africani che, rispetto alla bozza delle regole per l’applicazione dell’Accordo di Parigi,  ha avvertito: «Non si può fare i prepotenti con l’Africa, siamo 54 Paesi.

Abbiamo espresso le nostre preoccupazioni, forse i copresidenti nel loro tentativo di cercare un risultato equilibrato hanno trascurato alcune cose. 

Quindi, stiamo dicendo che non abbiamo intenzione di interrompere il processo, ma dobbiamo assicurarci che le nostre opinioni siano comprese».

Mohamed Adow, di Christian Aid, ha detto che «l’intervento africano ha salvato il processo, garantendo che i Paesi insoddisfatti possano ancora far sentire i loro problemi.

In realtà è molto meglio di quanto sia mai stato in questo processo in questa fase.

Perché è la fine della prima settimana e ai ministri sono state fornite opzioni chiare. 

Ovviamente nulla è chiuso, ma le opzioni sono in realtà più stringenti».

Dagnet conclude: «Speriamo che il resto del mondo si unisca e che dia una risposta decisiva al rapporto.

Spero sinceramente che tutti i Paesi combatteranno per non lasciare la  COP24 dopo aver perso un’occasione storica».

 

(Articolo di Umberto Mazzantini, pubblicato con questo titolo il 10 dicembre 2018 sul sito online “greenreport.it”)



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