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di Antonio D’Acunto
L’insostenibilità dello sviluppo sostenibile (*) si manifesta su due grandi direttrici: (i) l’insufficiente ricettività del Pianeta a fronte dell’enormità e della natura delle risorse consumate, con le drammatiche - potenzialmente catastrofiche - conseguenze sull’effetto serra, sul clima, sulla vita stessa del Pianeta; (ii) l’indisponibilità di tali risorse già da oggi - e in maniera fortemente crescente per le generazioni future, per il loro vicino esaurimento – che porta alla ricerca disperata di tali fonti in luoghi impensabili, come gli abissi del mare o aree di massima tutela ambientale, totalmente incontaminate fino a meno d’un decennio fa.
Questo intervento vuole stimolare una riflessione e cominciare ad introdurre ipotesi di natura complessiva su una questione che, pur particolare rispetto alla critica di fondo, alla dimensione universale, al pensiero generale della insostenibilità, assume una rilevanza fondamentale per il futuro prossimo delle città e, più complessivamente, delle grandi aggregazioni urbane.
Con lo sviluppo della civiltà del petrolio, o meglio delle fonti fossili, si sono sempre più consolidati, per ogni aspetto, conseguenza e scelta, non solo il modello e la sua concreta materializzazione, ma anche l’“idea”, un pensare consolidato, che il soddisfacimento del fabbisogno energetico dovesse e potesse essere realizzato con energia estratta o prodotta in luoghi lontani. Da una parte, si sono avute petroliere e navi da trasporto carbone sempre più grandi, oleodotti e gasdotti anche di decine di migliaia di chilometri, megaimpianti termoelettrici di produzione di energia elettrica. Dall’altra, vicino alle città - fino a quando c’è stata la convenienza della concentrazione della raffinazione o addirittura della sua realizzazione in loco – si sono realizzate grandi aree petrolifere di raffinazione e innumerevoli serbatoi di stoccaggio, per le diverse qualità e funzioni richieste.
Col ridursi e poi l’esaurirsi delle fonti fossili, tali sistemi modelli ed organizzazioni non possono chiaramente più sussistere. Nelle ipotesi ottimali di massima disponibilità (**) delle fonti fossili, ci sono davanti a noi alcuni decenni, sicuramente molto meno di mezzo secolo. Due, tre decenni, come mezzo secolo, continuando nel modello attuale di sviluppo, possono però risultare fatali per il superamento della criticità della capacità recettiva del Pianeta, facendolo entrare nel circuito dell’irreversibilità della conservazione del suo attuale sistema vitale, ma rappresentano tempi brevissimi rispetto all’enormità del volano del sistema energetico e della capacità di intervenire su di esso per modificarlo.
Eppure sembra lontana da ogni programmazione, anche nelle aree politiche ed istituzionali più sensibili, la questione del pur necessario cambiamento. Entrando in crisi l’impiego delle fonti fossili – sia per scelta (come noi della Civiltà del Sole auspichiamo), sia per necessità - entreranno allora in gioco, non più in maniera marginale e aggiuntiva ma come essenza del soddisfacimento del nuovo modello energetico, le fonti rinnovabili, il solare nell’accezione globale del termine.
Avendo la consapevolezza delle oggettive difficoltà, degli infiniti limiti e problemi alla delineazione oggi di tale nuovo modello, che vanno dall’evolversi positivo delle conoscenze e delle tecnologie applicative del Solare - fra dieci-vent’anni ciò che oggi sappiamo a partire dal “risparmio e dalla solarizzazione passiva” al “rendimento” ovvero “l’efficienza globale del solare” diventerà probabilmente preistoria – fino al modello urbano, abitativo, della mobilità, dei trasporti, possiamo però ritenere che l’ “autosufficienza energetica” territoriale sia la necessaria, ineludibile essenza, il fondamento di tale modello.
Affermiamo ciò pur avendo presente, per la transizione e per tempi anche più lunghi, una componente di continuità col vecchio modello dell’alimentazione a distanza, anche con la trasformazione in Reti Intelligenti delle attuali linee di trasmissione elettrica.
Appare chiaro come sia estremamente facile soddisfare tale autosufficienza per piccola “utenza” (case isolate, piccoli insediamenti, piccoli luoghi produttivi) e come progressivamente crescenti siano le difficoltà quando tale “utenza” diventa sempre più grande, dalle grandi linee di trasporto su ferro ai grandi centri di produzione, alle città. Ciò soprattutto nella Filosofia fondamentale della Civiltà del Sole, e quindi della consapevolezza della preziosità e della limitatezza del territorio e dei suoi valori e del suo uso ottimale in funzione della tutela della Biodiversità - da porre sempre al primo posto - dell’agricoltura e del verde nell’accezione più globale.
Come dare risposta nella Civiltà del Sole al fabbisogno energetico (non solo elettrico) dei Centri abitati, delle Città, e non solo per la residenza, è perciò questione fondamentale. La risposta, naturalmente, può e deve essere sempre congrua, totalmente coerente col principio dell’ uso plurimo del territorio. Sicuramente, un primo contributo può facilmente venire dall’interno di tali centri abitativi come dagli spazi dei luoghi della produzione sia come risparmio di energia, migliorando la qualità e la vivibilità dei luoghi, sia come produzione diretta di energia da parte delle superfici occupate da tali luoghi (ad esempio: solai di copertura, impiego di tegole solari, parcheggi). Ma il rapporto tra spazio abitativo o produttivo occupato e potenzialità solari per la autosufficienza energetica è di sicuro fortemente insufficiente; non può, peraltro, essere sottovalutata la sottrazione di spazio da parte del “solare” alla “città verde”, costituita dall’insieme del verde realizzato sulle coperture degli edifici e che ha un ruolo di grande importanza- oltre alla vista, all’aspetto della Città - nell’attenuazione degli effetti di isole di calore, costituite dai grandi insediamenti abitativi nella generazione di ossigeno e come contributo alla riduzione della CO2 e dell’effetto serra.
Ancor prima di parlare della realizzazione di nuovi insediamenti, per i quali comunque è “atto dovuto” l’autosufficienza energetica, nell’uso plurimo del territorio (concetto che è sempre bene ripetere), è necessario programmare la copertura energetica solare della città preesistente. E’ indispensabile, quindi, che siano riscritti i piani regolatori e territoriali, avendo presente questa prioritaria esigenza. Per molte realtà bisogna farlo subito, prima che si dia avvio a scelte già programmate e che sottraggono preziosi spazi che oggi sarebbero ancora destinabili a tale fondamentale funzione. Non farlo oggi significherebbe, in un futuro prossimo, dar vita ad una violenta aggressione al territorio, all’agricoltura, alla biodiversità, giustificata da impellenti ed irrinunciabili esigenze della collettività, cioè dalla disponibilità di energia.
Naturalmente non è solo questa la direzione verso la quale cercare soluzioni, ma sicuramente grande rilevanza assumono le vastissime aree addirittura già ex energetiche o ex produttive inquinanti dismesse attorno alle città. Esse, infatti, si prestano sicuramente ad importanti considerazioni, per avviare storici processi nella direzione dell’autosufficienza energetica, in uno coll’uso plurimo del territorio.
E’, ad esempio, il caso di Napoli, che ha registrato dismissioni sia ad occidente (ex area produttiva dell’acciaio ma anche dell’eternit) sia ad oriente (con l’immensa area di raffinerie e depositi petroliferi). Entrambe le aree sono oggi ancora funzionalmente disponibili per scelte decisive per la città, anche se pesantissima è l’ipoteca, che deriva dalle scelte urbanistiche fatte, d’una abnorme, nuova e selvaggia cementificazione. E’ ovvio che, in una corretta pianificazione, non necessariamente le due immense aree disponibili debbano seguire lo stesso percorso, per quantità e qualità delle scelte, ivi comprese quelle energetiche.
Avviamo perciò la presente riflessione (***) dalla “disponibilità” dell’ex-Area petrolifera ad est della Città. Una conurbazione senza soluzione di continuità (eccetto proprio il vuoto dell’area ex- petrolifera da risanare) anche nella zona orientale della città, comprendente grandi città come Portici e S. Giorgio a Cremano, in una pianificazione globale e concreta, pone naturalmente la necessità d’un raccordo organico delle scelte per Napoli con quelle relative a tali città. La semplificazione Città di Napoli è naturalmente funzionale alle riflessioni di fondo che qui si vogliono avanzare.
La città di Napoli, in quanto Comune, ha circa un milione di abitanti; la Città consuma globalmente poco meno di 1 milione di tep (tonnellata equivalente di petrolio), di cui 250.000 tep come energia elettrica; 250.000 tep come gas e 500.000 tep come prodotti petroliferi. Rifacendosi alla famosa media dei…polli, e tenendo quindi presente chi ne mangia 100 e chi nessuno… , ciò significherebbe quindi all’incirca 1 tep per abitante. Naturalmente, questi consumi si basano su un modello di sviluppo energivoro, di massimo spreco, ed è quindi facile ipotizzare un modello di qualità globale totalmente diverso e migliore, su percentuali molto più basse di consumi: poniamo al 60%. Possiamo allora porre come possibile prospettiva: 600.000 tep totali, di cui 150.000 tep di elettrico; 150.000 tep di gas e 300.000 tep di prodotti petroliferi.
Se consideriamo impianti termodinamici da 50 MW (vedi progetto Rubbia) e rendiamo equivalente a tale potenza nominale la produzione di energia (o, come viene indicato in un comunicato ENEL, il risparmio in tep della già attivata centrale di Priolo), possiamo dire che con la taglia Rubbia - che assumiamo come unità di misura, per cui chiameremo rubbia una quantità equivalente a 50 MW - abbiamo 21.000 tep di produzione di energia annua. Con 8 rubbia copriamo abbondantemente tutto il fabbisogno elettrico di oggi della città di Napoli e con 30 rubbia il totale fabbisogno energetico della città di Napoli per ogni suo campo civile e produttivo.
Un rubbia ha bisogno di un chilometro quadrato di superfice di esposizione solare; 8 rubbia hanno bisogno di 8 chilometri quadrati e 30 rubbia di 30 chilometri quadrati. Se, dunque, parliamo di kmq di esposizione solare possiamo dire che con 8 kmq possiamo soddisfare l’intero fabbisogno elettrico di Napoli e con 30 kmq l’intero fabbisogno energetico della Città.
L’area orientale della Città da bonificare e risanare, definibile come di “riqualificazione e trasformazione urbana“, è globalmente indefinita, ma totalmente di gran lunga superiore ai 20 kmq. Solo per gli interventi indiretti sono stati individuati undici ambiti, per un’estensione complessiva di circa 1.470 ha (14 kmq). Ciò significa che, con poco più di metà d’esposizione solare a fine energetico di tale area, si potrebbe soddisfare l’intero fabbisogno elettrico di Napoli e, se essa fosse tutta finalizzata a tale destinazione, la metà del fabbisogno energetico complessivo della città.
Tenuto conto che l’Ambito 13 (Ex Raffineria) interessato dal progetto urbano previsto dalla Variante Generale al PRG di Napoli, approvata nel 2004, ha una estensione di oltre 400 ettari (4 kmq): già con questa sola area - già “energetica e fortemente inquinata”- si soddisferebbe la metà dell’intero fabbisogno elettrico di Napoli.
Grandissima rilevanza assume, la non emissione nell’atmosfera di una quantità di anidride carbonica pari a 260.000 tonnellate all’anno per il solo elettrico (quello che abbiamo sinteticamente chiamata 8 Rubbia) e di poco meno di un milione di tonnellate all’anno nel caso di tutto solare, oltre al pesante carico termico e di tutti gli altri inquinanti, dagli ossidi ed acidi di zolfo ed azoto alle polveri. Un contributo fondamentale per contrastare l’effetto serra e la catastrofe climatica che sarebbe offerto, in tale ipotesi, della Città di Napoli ed un globale e naturale miglioramento del clima della città, relativamente a parametri quali temperature ed umidità.
Al centro della riflessione proposta vi è poi un'altra fondamentale questione: queste grandissime superfici di esposizione per captare l’energia solare sono forse sottratte ad altre importanti funzioni, servizi, necessità della città? La risposta è: assolutamente NO!
L’area di produzione di energia dal Sole può e deve avere impieghi molteplici, che anzi - ed è questo un aspetto, una finalità di fondo, anch’essa di grande rilevanza – rispondono a necessità di localizzazione e recuperano aree oggi compromesse e devastate da soluzioni caotiche, confuse, spesso abusive ed illegittime, di saccheggio e di violenza del territorio - giungendo alla loro trasformazione in giardini, parchi, luoghi di socializzazione. Queste aree possono liberare la città dalla morsa della ristrettezza intrinseca della sua origine e crescente del successivo sviluppo.
Sotto al piano delle superfici di solarizzazione, infatti, va programmato l’uso del territorio secondo i bisogni della città: 4, 8, 30 kmq che producano energia vitale e pulita per la città continuano a costituire immense aree da utilizzare a servizio della città. Tutto, quindi, può essere correttamente programmato: dagli spazi espositivi ai parcheggi, dai depositi ai luoghi di conferimento della raccolta differenziata e del suo trattamento per molti suoi componenti. Tutto ciò in un progetto di grande respiro, per cui “ottenere spazio” è un interesse rilevante anche del privato e costituisce un percorso importante per l’acquisizione di risorse finanziarie.
Naturalmente l’immensità delle superfici disponibili consente l’armonizzazione della copertura di una rilevante parte dell’autosufficienza energetica della Città con la realizzazione del grande parco verde della zona orientale e col recupero del mitico Parco del Sebeto, battaglia storica del movimento ambientalista di Napoli.
Appare evidente, dunque, come la scelta della Civiltà del Sole – lungi dall’essere un’ipotesi utopistica e teorica - comporti invece immense ricadute sulla qualità e sulla rinascita della Città e sulla questione del lavoro, inteso nel suo significato vero di creazione di benessere, di valori tutti positivi, principalmente per le future generazioni.
Antonio D’Acunto della Costituente della Civiltà del Sole (v. gruppo su Facebook: “Una legge...alla luce del sole” http://www.facebook.com/home.php?sk=group_194304043920746)
*) Si vedano i miei due contributi (pubblicati da Jaca Book) sul sito www.terraacquaariafuoco.it :
- “L’insostenibilità dello sviluppo sostenibile – valori e limiti del Pensiero della Decrescita”.
“Per un comunismo ecologico, per un’ecologia comunista. (Per una nuova ecologia politica, per una politica dell’ecologia).
(**) Si veda, nel contributo sulla insostenibilità, “il caso energia”.
(***) Per un corretta lettura della riflessione posta, è necessario chiarire che i dati riportati intendono far emergere compiutamente la ragione, la filosofia e la portata delle eventuali scelte. Il riferimento è perciò al generale ed alla certezza d’incontestabili realizzazioni (ad es. Priolo). Per le finalità poste al contributo non avrebbe senso introdurre la natura delle realizzazioni di captazione solare né l’impiantistica, né i potenziali soggetti attuatori.
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