di Antonio D’Acunto
La caratteristica centrale della ultima manovra finanziaria è l’attacco radicale alla spesa pubblica: un attacco nella sottrazione di ingenti risorse finanziarie e soprattutto un attacco ideologico, teso a presentare ciò che è pubblico, come fonte di spreco, sperpero, danno per la collettività. Nella operazione di questi mesi, Berlusconi ha sintetizzato in maniera chiara e netta questa impostazione ed il valore stesso dello “Stato” con una frase, che è forse sfuggita a molti osservatori: “Il costo dello Stato non è più sostenibile”. Non è più lo Stato, cioè la Collettività dei Cittadini, democraticamente organizzata, il soggetto fondamentale, sintesi degli interessi globali, protagonista di scelte ed orientamenti, ma i grandi potentati finanziari ed economici.
Il senso vero della funzione e della gestione dell’attuale “crisi” sta in questo: la ricerca-imposizione di un rafforzamento storico del potere privato- economico rispetto al valore del pubblico, dell’interesse generale collettivo, accentuando fino oltre ogni limite ricatti derivanti da bisogni, come insegna la vicenda FIAT di Pomigliano. L’obbiettivo di fondo del potere di Centro- Destra di oggi è perciò la strutturazione istituzionale di questa fase e cioè la modifica di quei vincoli di equilibrio pubblico-privato che erano stati assunti nella scrittura della Costituzione: la modifica degli articoli 41 e 118 di essa, per consentire maggiore (totale) libertà di impresa, richiesta da Confindustria e teorizzata e sostenuta dal Ministro Tremonti, costituisce la via per la definitiva affermazione di tale obbiettivo. Con tale modifica l’impresa ha il potere di scegliere che fare, dove fare, quali regole, ormai anche di diritto e sindacali, imporre: a posteriori lo Stato può affacciarsi alla finestra per vedere che cosa è stato fatto e se vi è qualche cosa che supera proprio tutti i limiti e fare eventualmente una tiratina d’orecchi. La stessa malavita organizzata, nel Sud chiamata camorra, mafia, ndrangheta, al Centro ed al Nord vestita di bianco, se non proprio sacrale, candore, ricircola senza problema in attività “utili” che creano ricchezza, non essendo più comunque soggetto a “fastidiosi accertamenti burocratici” l’inizio dell’attività. Sul piano dell’Ambiente, è il completamento della catastrofe: non si vuole una centrale termoelettrica o nucleare, o una raffineria, o un inceneritore o altra diavoleria tossica ed inquinante? che importa, si attiva la realizzazione dell’impianto e poi si vedrà e, se dovessero nascere problemi, si ricorrerà, stavolta a termini invertiti, alla Costituzione per “la libertà di impresa”. Finalmente si chiuderà una volta e per sempre il contenzioso con quelle Soprintendenze, quelle associazioni ambientaliste, quei comitati, quei politici (pochi) che si oppongono al saccheggio del territorio e che fanno ricorsi su cave, su alberghi, su ville, su cementificazioni selvagge, insomma su “Mostri”, abusivi e non, che distruggono valori naturalistici e paesaggistici. La libertà di impresa sta al di sopra di tutto. La norma introdotta nella manovra è in tal senso solo un assaggio di quello che si intende perseguire.
Diciamo la verità nella interezza del suo significato e della sua portata: nella sfrenata ricerca della affermazione dei loro interessi, stanno emergendo fino in fondo la pochezza e la rozzezza culturali degli attuali leader di Confindustria e della politica economica nazionale, dalla Marcegaglia a Berlusconi e Tremonti; quanta differenza rispetto agli Einaudi, Ciampi e lo stesso Montezemolo!
L’attacco ideologico, nonché nelle scelte concrete, al “Pubblico” è una strategia a trecento sessanta gradi del Berlusconismo: è l’asse portante di ogni suo Ministro, dalla Gelmini al Brunetta, per restare fuori dai campi della economia e dell’ambiente, ma incalcolabili sono le responsabilità che l’area democratica e progressista nelle sue diverse articolazioni e formulazioni ha avuto negli ultimi decenni, contribuendo decisamente allo snaturamento ed allo svilimento della funzione centrale che lo “Stato e le sue articolazioni democratiche territoriali”, in ogni scelta che interessa la collettività, deve avere; cioè la Responsabilità della Collettività (Stato) rispetto alle esigenze di Ciascuna Persona nella garanzia dei suoi diritti fondamentali, sin dalla nascita.
Berlusconi definisce e chiama il suo partito, il Partito delle Libertà, connotando chiaramente il termine Libertà principalmente come possibilità-capacità-potere del singolo di sopraffare gli altri; la libertà per Berlusconi è perciò la concezione del lupus est homo homini di Plauto ovvero dell’homo homini lupus di Hobbes (nella comune traduzione: l’Uomo è un Lupo per Uomo) ed in nome di questa idea di libertà agisce per l’annichilimento del Pubblico e dello Stato.
La Libertà e l’Uomo possono essere, per noi lo sono, tutt’altra cosa, come ci comunicano ad esempio con messaggi universali, fuori da spazio e tempo, Dante “libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta (Purg., I) e Seneca "l'uomo è una cosa sacra per l'uomo,.Epistole a Lucilio, XCV, 33.
Esaltare il valore della Libertà e della Uomo in una visione di sviluppo e di economia ecosolidali assume perciò sul piano del necessario confronto ideologico una valenza centrale, una fondamentale necessità, generatrice di scelte profondamente alternative ad altra concezione di Libertà e di Uomo.
Partendo dalla crisi, la sfida deve essere perciò altra: far crescere il Paese con la crescita della Spesa pubblica “qualificata”.
Riacquistare da parte della Collettività nella sua organizzazione istituzionale, Stato centrale, Regioni, Comuni il potere di programmare, decidere, scegliere è l’espressione più alta della Libertà Collettiva; la democrazia, come espressione del potere dei cittadini, e la libertà, individuale e collettiva, non sono scindibili.
Occorre perciò “superare” il dato economico di fondo: il Debito Pubblico. Si taglia nella produzione della Ricchezza dell’Assistenza e della Salute, perché v’è il debito pubblico; si taglia nella produzione della Ricchezza della salvaguardia e della promozione dell’Ambiente e della Cultura, perché c’è il debito pubblico: si taglia sui Parchi e le Riserve naturali, e perciò sulla Biodiversità nell’anno mondiale della Biodiversità, come ci ricorda su questo sito Silvana Magali Rocco, perché c’è il debito pubblico; non si promuovono Energie Rinnovabili ed i conseguenti grandiosi effetti benefici sul clima, perché c’è debito pubblico; si taglia sulla Educazione, sulla Scuola, sulla Università, perché c’è il debito pubblico: si taglia sulla Politica (quella di base), il punto di partenza della democrazia istituzionale, e sulla Partecipazione Democratica, perché c’è il debito pubblico. Si taglia su tutto ciò che potrebbe produrre del buono e del positivo per il Paese e la Collettività, che potrebbe dare lavoro qualificato, non perché manchino le capacità, le potenzialità di base, naturali ed umane, ma perché c’è il debito pubblico. Ma il debito pubblico a chi, a quali interessi è funzionale, chi realmente lo gestisce, perché in sostanza lo si produce e lo mantiene? E’ su questo aspetto generale che le forze alternative, sul piano politico e sociale, democratiche e progressiste, e sul piano economico di cultura ecologista od almeno di ispirazione kennediana e del Welfare devono dare la risposta di un progetto di profonda inversione.
Su questo stesso sito ho cercato di dare recentemente un contributo sulla necessità di affermare rispetto al PIL ed al mistificante suo rapporto con il debito pubblico nuovi indicatori (un decalogo) di una Economia che nasce dalla Ecologia, in una prospettiva, non certo astratta, anche di lungo respiro. Questi indicatori costituiscono un contributo a questa risposta generale e nel particolare al richiamo generalizzato e generalmente fortemente interessato al comune sacrificio per far fronte al debito pubblico che ci fa, nella Sua indiscussa onestà intellettuale, anche il Presidente della Repubblica.
A Napoli, ma penso in tutta Italia, nei giorni scorsi è stato affisso un Manifesto del PD: la crisi la pagano tutti tranne lui (con chiaro riferimento a Berlusconi); non è così e profondamente distorto è il mesaggio che viene dato. Berlusconi non è affatto il solo a non pagare la crisi e ad averne degli immani vantaggi. Con la crisi, in questo ultimo anno si è accentuata in maniera esponenziale il divario tra ricchi e poveri, nel senso che i ricchi sono diventati ancora più ricchi ed i poveri ancora più poveri: metà ricchezza del paese appartiene al 10 percento degli italiani, le diseguaglianze sono abnormemete cresciute e l’Italia tende a divenire primatista mondiale delle diseguagliaze. Altro che sacrifici per tutti!
Conseguenza diretta dell’impoverimento delle larghissima parte del paese è la rinuncia per bisogno alla già fragile difesa dei diritti individuali e collettivi e del territorio e della qualità generale della vita, urbana ed ambientale.
La diminuzione della spesa pubblica per bisogni fondamentali come scuola, sanità, ambiente, mobilità collettiva, cultura, si scarica pesantemente senza essere misurata in alcun modo sull’impoverimento generalizzato delle grandi masse popolari.
E, come detto, sul piano politico generale vi è l’affondo della Confindustria e del suo Presidente: “non c’è scelta! dobbiamo varare per forza una manovra che riduca la spesa pubblica.”
Naturalmente nel presente contributo dò per scontata la necessità di liberare la spesa pubblica di quanto di nefasto in essa vi è: dalle ruberie, alle tangenti, alla dannosità di molti interventi; il tutto facente parte del sistema di potere dominante e comunque ad esso del tutto funzionale nella denigrazione ideologica del Pubblico.
La sfida di fondo è perciò tutta Politica, non nel senso di chi governa tra PdL e PD, anche se naturalmente vi sono tante differenze, ma di chi governa le decisioni tra Collettività ed i grandi potentati economici e finanziari: l’alternativa al governo di Berlusconi è cioè un Governo che non richiama al sacrificio i cittadini per sanare un debito creato dal sistema finanziario ed ad esso funzionale, generato dal meccanismo stesso della produzione del danaro, ma che esprima l’Autorità di creare una nuova identità della Ricchezza, identificabile come reale interesse generale del Paese di oggi e del futuro, promuovendo, salvaguardando e valorizzando le risorse umane e naturali: la distribuzione della “moneta” è mezzo per perseguire i fini dell’interesse collettivo.
Rispetto a tale orizzonte vi sono, possono esservi, passaggi di gradualità e di natura diversa e “più facilmente perseguibili” (l’etichettatura è d’obbligo): la drastica tassazione del 10 percento di chi possiede il 50% della ricchezza del Paese, la reale lotta all’evasione, la tassazione dei beni di lusso e più complessivamente del “tenore di vita” sono esempi di come dare risorse allo Stato, alleggerendo il debito pubblico senza per nulla mutare il sistema; per il movimento ecopacifista di grande valenza è poi lo spostamento di risorse da tutto ciò che è aggressione e violenza, spese militari, missioni di guerra all’estero; ma con questi interventi, il tutto resta dentro all’attuale meccanismo del debito pubblico e della globalità della spesa pubblica possibile.
Un significato certamente diverso ha invece la tassazione degli “utili finanziari” nel senso che, per esprimere sinteticamente una filosofia, se il sistema bancario prende interessi (attua strozzinaggio) sullo Stato, lo Stato si rifa con la tassazione: una misura che potrebbe - per molti a partire da Obama sembra già esserlo - costituire un “compromesso”, ma già di enorme difficoltà ad essere accettata come è emerso dai recenti vertici del G8 e G20 del Giugno scorso sulla tassazione delle Banche e sulle transazioni finanziarie. L’opposizione netta di personaggi come Berlusconi nei due vertici e, in Italia, della Marcegaglia e della Confindustria attesta, se ve ne fosse sempre ulteriore bisogno, come in realtà il potere e gli interessi del grande capitale economico e finaziario sono profondamente convergenti, quando non sono del tutto coincidenti. Sarebbe di estrema importanza una presa netta, senza alcuna ambiguità, che l’opposizione del Centro Sinistra avesse nel suo programma tale linea di intervento per sanare il debito pubblico e rilanciare la spesa pubblica.
La via di fondo resta però quella della “impossibilità ad esistere del debito pubblico” e cioè invertendo la dipendenza tra Stato e Sistema Bancario e Finanziario: è lo Stato, (sono gli Stati) a generare le risorse finanziarie e ad indirizzarle secondo le scelte che i diversi livelli istituzionali con percorsi di democrazia attiva e partecipata si danno, assegnando al sistema bancario e finanziario la concreta l’attuazione. Lo Stato che genera risorse può avere debito di risorse con se stesso?
Il succedersi a tempi sempre più brevi delle crisi evidenzia anche a chi non è “esperto” che l’attuale sistema di potere e di modello, ideologico, produttivo, economico è insostenibile e che sempre di più “disperatamente” si cerca di farlo sopravvivere accentuando la insostenilità dello sfruttamento dell’Uomo sull’Uomo e dell’Uomo Potente sulla Natura.
Il Compromesso sulla Spesa Pubblica Qualificata, unitamente ed indissolubilmente - pena il fallimento globale - connessa ad un Percorso radicalmente nuovo Ecosolidale dello Sviluppo, come scelta anche sovranazionale, appare, forse è, la sola via per arrestare la possibile catastrofe ed attivare un nuovo orizzonte per l’Umanità e per il Pianeta.
La scelta dello Stato di quale rapporto avere con se stesso e di quale potere gestire, a partire dalla disponibilità delle risorse finanziarie, è naturalmente fondamentale; gli interessi e lo scontro sono immani.
Non fu un economista di ispirazione marxsista, ma il democratico John Fitzgerald kennedy che il 4 giugno 1963 firmò l'ordine esecutivo numero 11110 che ripristinava al governo USA il potere di emettere moneta senza passare attraverso la Federal Reserve Bank.
Il 22 novembre dello stesso anno John Fitzgerald Kennedy fu assassinato a Dallas.
Tutto è tornato come prima; resta solo qualche esemplare della moneta emessa dagli “United States”, al posto della “Federal Reserve Bank”
Antonio D’Acunto Napoli 12 Luglio 2010
|