di Antonio D’Acunto
 Possono l’Umanità ed il Pianeta dipendere da questa “equazione” ?
O siamo davanti ad una innaturale follia, creata e gestita dai grandi poteri finanziari ed economici mondiali? Qui sta la vera questione.
Abbiamo subìto l’ennesima, pesantissima manovra economica e siamo stati chiamati a “sacrifici durissimi, ma equi e necessari”. Sì, cosi ci dicono Berlusconi e Marcegaglia, che usano il plurale “noi” per farci capire che anche loro, la loro condizione di vita, financo la possibilità di mangiare e di vestirsi sono stati profondamente colpiti da questi sacrifici! Verrebbe da sottolineare che Berlusconi per attestare ciò ha financo evidenziato (ma forse involontariamente) una parte del suo cuoio capelluto senza capelli per dire a tutti noi che anche lui ha dovuto rinunciare al trapianto ed al ringiovanimento dei capelli (di fondamentale importanza per limmagine stessa del Paese), a causa della crisi. Naturalmente nessuno di noi, popolo normale, ha in realtà capito alcunchè del perché, delle ragioni di fondo, come si afferma spesso, “strutturali”, della manovra e del perché dei sacrifici. Di fronte alla drammatizzazione del debito pubblico e della sua crescita rapportato al PIL - incomprensibile per la larghissima maggioranza del Paese ma pronunciato dalla gran parte dei commentatori TV con tutta l’enfasi, che il termine ed il momento meritano!- il popolo normale ha pensato di avere sperperato e scialacquato e che quindi era ora di stringere la cinta per il suo privato e per i suoi bisogni collettivi, sanità, scuola, trasporti, assistenza sociale e quanto altro secondo le proprie necessità primarie. In particolare immaginiamo quanta e quale profonda autocritica ha fatto chi guadagna ben 1000 -1200-1300 Euro al mese, da destinare esclusivamente alla sola sua famiglia: uno sperpero insopportabile! Ascoltando, stavolta ancor più di Berlusconi e Tremonti, la Presidentessa della Confindustria, la Marcegaglia, ci è stato spiegato che abbiamo creato una situazione “molto difficile” e che innanzitutto occorre intervenire nella duplice direzione della crescita del PIL e della diminuzione della Spesa Pubblica. Naturalmente nessuna riflessione sul modello di sviluppo, sulla sua assoluta insostenibilità, sul conseguente esponenziale accentuarsi delle crisi, e sulla urgenza di un cambiamento radicale su ogni piano se non si vuole arrivare alla catastrofe. Se alcuni sindacati, soprattutto CISL ed UIL, hanno addirittura “abbaracciato” anche in senso fisico la Marcegaglia e la sua analisi, debole ed insignificante sul piano dell’analisi e della proposta alternativa è stata la risposta delle forze di opposizione, a partire dal Segretario del PD Bersani. Se il mondo ecopacifista e della sinistra (quella realmente progressista, democratica ed alternativa) ha molta maggiore chiarezza negli obbiettivi e nelle lotte per una diversa qualità dell’intendere il progresso, della spesa pubblica e per i grandi bisogni sociali, non in maniera adeguata anche per tali fini opera per una radicale modificazione degli “indicatori” con i quali il sistema di potere, non solo Nazionale ma Globale, giustifica le sue decisioni e costruisce le scelte. Naturalmente sarebbe proprio da ingenui pensare anche minimamente che cambiare gli indicatori possa significare un cambiamento della politica e delle scelte, ma allo stesso tempo non vi è dubbio alcuno della incidenza di essi sia sulla lettura ed identificazione dello stato reale delle cose che sulla trasparenza degli interessi veri delle decisioni e conseguentementa sulla maggiore presa di coscienza di ciascuno di noi, individualmente e collettivamente. Appare d’altro canto chiaro che la strenua difesa e la conservazione degli attuali indicatori da parte del grande potere finanziario ed economico stanno a sostenere un sistema totalmente funzionale ai loro interessi. La questione degli indicatori non è “nuova”, essendo stata posta innumerevoli volte, anche da parte di valenti economisti, ed oggi anche dal mondo di ispirazione liberista: uno per tutti, L’Economist “conclude” un recente dibattito sull’utilità del PIL con la affermazione: “si tratta di un pessimo indicatore per la misurazione del benessere”. Perciò il contributo che intendo dare riguarda da una parte la necessità di una diffusione a livello di massa della critica di tali indicatori e del loro uso strumentale e dall’altra sulla “qualità nuova” che indicatori del benessere devono esprimere. Come ben noto il PIL (prodotto Interno Lordo) è il valore Complessivo dei Beni e dei Servizi prodotti all’interno di un Paese (l’Italia) in un certo intervallo di tempo (un anno) e destinati ad usi Finali e cioè consumi finali, investimenti, esportazioni nette; un confuso, caotico, indefinito calderone in cui ci va tutto, misurato in Euro. Nel PIL c’è la vendita delle armi di ogni tipo all’ingrosso (per le esportazioni) ed al dettaglio (liberamente nei negozi) per la criminalità più o meno organizzata; più omicidi, rapine, furti, reati di qualsiasi natura ci sono, per l’indotto legato, più il PIL ne beneficia ; più vi sono degrado ambientale, saccheggio del territorio - anche nella sua abusività per la movimentazione del materiale - inquinamento dell’aria, dell’acqua, del suolo, dell’etere, più il PIL si gonfia; gli incidenti automobilistici quelli veri e quelli truccati fanno bene al Pil come i morti sulle strade; epidemie e catastrofi sono poi una manna per il PIL; e naturalmente si potrebbe continuare all’infinito. Anzi, poiché il Patto di Stabilità di Maastricht - in base al quale si fanno le manovre finanziarie e che definisce tagli e spesa pubblica - impone un deficit pubblico non superiore al 3% del PIL ed un debito Pubblico al di sotto del 60% del PIL - è legittimo il pensiero segreto di “Tre-monti”: se, per fare un esempio chiarificatore di una filosofia economica, l’Olanda per stare in questi parametri inserisce nel PIL l’ampio budget della prostituzione e della droga perché legalizzati, perché in Italia non “normalizziamo non solo il sommerso ma anche le attività di camorra, mafia e ndrangheta? Se lo si facesse, poi legalmente si potrebbe allargare la spesa pubblica ed avere disponibilità di risorse per ….ambiente e beni culturali, sanità, scuola, università ed ogni altro sano desiderio di un sano cittadino. Ciò detto non è né paradosso, né forzatura: che cosa abbia a che vedere con il benessere del cittadino di oggi e delle future generazione o con la tutela della vita stessa del Pianeta, è naturalmente tutt’altra cosa. Immaginiamo anche quale immane catastrofe economica vi sarebbe per l’Italia, e più in generale per il Mondo, se dai PIL si sottraesse tutto quanto prima detto in rapporto ad illegalità, violenza, degrado, impoverimento del Mondo per la Biodiversità e le future generazioni. La intera spesa pubblica secondo le attuali teoria e prassi economiche dovrebbe scenderea a zero!!! Può ragionarsi secondo questa logica? Ma andiamo all’altro elemento: il deficit dello Stato; se parli con gli scugnizzi che giocano a pallone davanti al Duomo di Napoli, per loro il deficit è la mancanza di uno spazio (anche verde) dove potere esprimere le loro doti di piccoli Maradona; se parli con un anziano, il deficit sta nella impossibilità di avere assitenza e socialità; se parli con chi ha gravi problemi di salute nella tempestività degli accertamenti e del ricovero; se parli con un ricercatore nella impossibilità di realizzare idee e progetti, se parli con un giovane artista delle Belle Arti negli infiniti ostacoli per esprimere la propria creatività, se parli con un disoccupato o cassintegrato nella incertezza e nel vuoto del loro futuro, se parli con tante mamme, nelle difficoltà a provvedere anche per i bisogni più elementari dei propri figli; se guardi lo stato generale dei Beni Culturale, il deficit lo vedi nella incuria e nell’abbandono: sì ancora drammaticamente lo vedi nella distruzione delle risorse naturali, nell’inquinamento dell’aria che respiri, nella tossicità delle acque dei fiumi, dei laghi e del mare, nei boschi che bruciano: se i tuoi occhi incrociano uccelli, rettili, ogni altro essere vivente non umano il deficit lo vedi nella distruzione ed impoverimento crescente del nostro vero Mondo, quello della Biodiversità. Invece il deficit dello Stato è deficit di bilancio tra entrate ed uscite monetarie; più è grande il deficit monetario più il deficit del benessere, della tutela dell’ambiente e della cultura è destinato a crescere. Lo Stato, cioè la collettività, non è invero sovrano nelle scelte, ma a dettare le regole del sistema, a stabilire i confini dell’azione dello Stato è in realtà il sistema finanziario, il grande sistema bancario. La politica è allo stesso tempo subalterna e debole: anche nell’attuale crisi è il Direttore generale di Bankitalia, Draghi, a dire ciò che è giusto e va fatto e ciò che non lo è: la manovra del Governo Berlusconi va bene, anzi benissimo, perché taglia la spesa pubblica e non intacca neanche minimamente i grandi affari finanziari: perché Draghi non dice ad esempio che il sistema finanziario strozzina lo Stato con il "servizio del debito" che costa all'Italia circa 70 miliardi di euro annui? Lo Stato non è titolato ad emettere “moneta” per i suoi obbiettivi strategici, ma solo obbligazioni e titoli con gli enormi interessi connessi, appunto per servizio del debito. Allora perché Berlusconi, Tremonti, Draghi, ma anche Bersani e gli economisti dell’area di centro sinistra non dicono a noi tutti che il deficit, il disavanzo non è causato dalla differenza tra entrate e spesa pubblica, (spesso le entrate sono superiori alla spesa pubblica), ma dallo strozzinaggio del servizio, che servizio!, reso dal sistema bancario Quello stesso strozzinaggio che a livello internazionale massacra la economia e poi l’identità e l’ambiente di tanti stati con i “generosi” prestiti internazionali. Draghi come Berlusconi e Tremonti ci hanno detto che i sacrifici sono necessari, ma ci sa dire quali sono stati quelli fatti dai padroni delle Banche?
Ecco il significato della proposizione (provocatoria) della equazione iniziale; essa in sostanza esprime la tendenza a crescere, a stabilizzarsi o a diminuire del disavanzo di bilancio rispetto al PIL. Nella equazione (differenziale, così si chiama in gergo matematico) vi sono delle lettere (coefficienti), d, k, b; esse dovrebbero sintetizzare il passato, analizzare il presente e decidere il futuro nostro, dei nostri figli e dell’ambiente; a meno che non sfuggano di mano e nelle grandi crisi ciò è avvenuto ed avverrà, a seconda delle circostanze a “d, k e b”, che nulla hanno a che vedere con leggi della natura, obbiettive ed immutabili, ma inventate e gestite dal grande sistema finanziario, si assegnano quegli opportuni valori numerici che garantiscono compiutamente gli interessi da perseguire. La sostenibilità o insostenibilità del modello di sviluppo, dello stile di vita non nasce dalla disponibilità delle risorse e dalla capacità recettiva del pianeta, ma dalla gestione finanziaria e politica dei coefficienti “d, k e b”. Come noto, estremamente ampi e ricchi di analisi e di contenuti sono il dibattito e le proposte su indicatori alternativi al PIL: dall’Indicatore del Progresso reale (Genuine Progress Indicator, GPI), che intende misurare l'aumento della qualità della vita, differenziando con pesi differenti le spese positive e quelle negative all’Indice di Sviluppo Umano che si presenta come sommatoria complessa del reddito individuale, del livello di sanità inteso come attesa di vita, e del livello di istruzione, alla Felicità Interna Lorda, radicale contrapposizione al Prodotto Interno Lordo, ma coerentemente con la sua origine buddista, resta opzione mistica più che percorso politico, di scelte dei Governi. Naturalmente non ho né la presunzione, né la capacità di voler proporre un nuovo Indicatore di Sviluppo, di Progresso, di Civiltà, che, a differenza del PIL, nella Biodiversità del Mondo può assumere in ogni Paese definizione ed identità anche profondamente diverse; intendo però contribuire a sostenere la fondamentale inversione rispetto al modello di oggi e cioè la riassunzione del primato della Ecologia rispetto alla Economia e del diritto-dovere della Collettività e perciò dello Stato e delle Istituzioni Nazionali e Locali di poter scegliere, programmare, attuare percorsi in tale direzione, liberi da ricatti e vincoli quali quelli oggi esistenti del PIL e del debito pubblico. Appaiono in tal senso chiari i nuovi Comandamenti che almeno in Italia, e penso in Europa e nel Mondo industrializzato debbano guidare l’Indicatore della politica economica e dello sviluppo: 1- la Sostenibilità Energetica e della Materia nella produzione dei beni materiali e di consumo, con il crescente, fino al totale impiego del Sole, del rinnovabile e del riciclo della materia; 2 - la Tutela della Biodiversità Animale, Vegetale e del Volto del Pianeta; 3- la Tutela e la Preservazione integrale da inquinamento dei Beni Comuni, Acqua , Aria , Etere; 4 - La tutela della Storia e della Cultura Umana e dei Beni da Essa prodotta; 5 - il Diritto di ciascuna Persona Umana a realizzarsi con il Lavoro e perciò la Politica per la Piena Occupazione; 6 - la Produzione ed il Lavoro quali arricchimento dei Valori dell’Uomo e del Pianeta; 7 - l’Agricoltura e l’Alimentazione nella Naturalità e nella Rinnovabilità; 8 - la Salute quale Diritto inalienabile di tutti i cittadini al livello massimo consentito dalle conoscenze di oggi; 9) il Diritto alla Scuola, alla crescita Culturale, alla Università ed alla Ricerca scientifica , Umanistica e Tecnologica; 10) la Solidarietà. Ho parlato di Comandamenti, ma naturalmente non sono nè Mosè né sono sul Sinai; penso perciò più semplicemente ad un fortemente sentito contributo per la necessaria ed urgente ricerca e costruzione di una nuova Economia, Eco Solidale per l’oggi e per il futuro.
Antonio D’Acunto
|