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Il Valore politico del non voto, ovvero Berlusconi con le sue scelte è minoranza nel Paese E-mail
di Antonio D’Acunto e Guido Pollice

Nel disastro elettorale, dal punto di vista della rappresentanza istituzionale, un dato, rilevatore del reale consenso delle forze in  campo, delle loro idee e della loro politica,  ed allo stesso tempo di grande potenzialità positiva è evidente: l’altissima e crescente astensione. Partiamo dal primo dato: il consenso e cerchiamo di capire qual è il livello di esso anche per le forze vincenti. Subito dopo le consuete, ripetitive, obsolete, frasi dette nelle prime ore dopo i “dati del Viminale”, si offusca volutamente il dato dell’astensionismo ed ogni ragionamento si fa come se i votanti fossero tutti i cittadini del Paese. Nulla naturalmente di più deviante perché il non voto, tranne naturalmente piccole frange impossibilitate da motivi contingentemente insuperabili, è manifestazione politica come il voto ed esprime il diniego delle forze, dei programmi, e dei candidati in campo e dello stesso sistema elettorale, delle forme di rappresentanza, della democrazia istituzionale così come va a realizzarsi. Quando le aspirazioni ideali, i valori di riferimenti, gli interessi globali del cittadino avente diritto al voto non si ritrovano nelle aggregazioni e nelle liste, ci si può turare il naso e scegliere il male minore e cioè andare a votare il “meno peggio” o il “meno lontano” od anche dissentire totalmente e appunto scegliere di non votare; il dato certo è però che  nonostante i “positivisti” del voto - con autoforzatura gli scriventi sono  stati  tra questi - comunque, il non voto e soprattutto la sua tendenza in aumento o in diminuzione esprime, non come si vuole qualunquisticamente far intendere, un disinteresse per la politica, nella sua accezione nobile, ma una critica  radicale al suo essere nel momento del voto: se come dovuto si analizzano i dati secondo tale lettura, emerge la vera realtà del Paese e che cioè la maggioranza elettorale non è affatto la maggioranza del Paese: restando alle regionali, anche laddove il risultato elettorale è il più alto come il Veneto e la Lombardia,  la maggioranza del Centro-Destra, esprime in realtà una minoranza di molto meno di quattro cittadini su dieci; in Campania ed in Lazio  essa si riduce a  poco più tre cittadini su dieci. In Lombardia e in Veneto  sei cittadini su dieci, in Campania e nel Lazio sette cittadini su dieci non hanno espresso affatto consenso per tali aggregazioni.
Questo dato è  fondamentale per intendere qual è la  reale volontà del paese: la forbice tra democrazia reale, nel significato di espressione diretta della volontà popolare e democrazia rappresentativa è enorme e  pone il grande problema di rivedere radicalmente la costruzione della democrazia.  Chi veramente ha a cuore la democrazia  dovrebbe innanzitutto porsi la questione della controriforma elettorale che vi è stata con la introduzione dei sistemi maggioritari e delle soglie di sbarramenti, nella logica in sé autoritaria ed antidemocratica del bipolarismo. Il Presidente della Repubblica autorevolmente e con profonda sincerità si pone il problema della riduzione crescente della democrazia istituzionale; pensiamo però che non siano le “riforme condivise”, come Lui afferma, a ridare nuova linfa alla democrazia istituzionale, ma scelte radicalmente opposte a quelle che vi sono state negli ultimi anni, nella logica anche di una ricerca delle vie e delle forme nuove da introdurre per le decisioni e le scelte politiche ed istituzionali in un Paese e in un Mondo sicuramente cambiato rispetto al momento della scrittura stessa  della Costituzione. Così, per le forze democratiche, progressiste, ecologiste, del rinnovamento,  la battaglia sulla Costituzione non può attestarsi solamente sulla necessaria difesa del suo spirito originario e di principi e dei conseguenti articoli fondamentali della democrazia, delle libertà individuali e collettive, ma deve spostarsi in avanti in netta contrapposizione all’attacco che ad essa viene fatta dalla controriforma berlusconiana e leghista; a partire dagli articoli 1 e 4 sul fondamento della Repubblica sul Lavoro visto perciò nella identità nuova di costruzione di qualità nuova della vita, di benessere per le generazioni attuali e future e per il Pianeta, agli articoli 9 sulla cultura e la ricerca scientifica attaccati duramente dalla Gelmini, all’articolo 11 sul ripudio della guerra, che viene interpretato come missioni permanenti di spedizioni militari in altri paesi con la mistificante giustificazione di missioni di pace ed ancora di nuovo all’articolo 9 per ampliare decisamente la Tutela del  Paesaggio alla Natura ed alla Biodiversità, anche come sfida del movimento ecologista per il  2010, che dovrebbe essere l’anno internazionale della Biodiversità. E questi sono naturalmente solo esempi perché occorre costruire una Piattaforma democratica e progressista di Rigenerazione della Costituzione.
Non sono forse l’astensionismo, le schede bianche e nulle anche la conseguenza diretta della debolezza della inattualità dell’articolo 49 sull’essere e sul conseguente  ruolo dei partiti, con la inderogabile necessità di ricostruzione del processo democratico in forme, contenuti ed espressioni completamente nuovi?
Nelle prossime settimane il Governo attaccherà su scelte fondamentali di natura diversa: dal presidenzialismo alla nuova legge elettorale, dalla giustizia personalizzata alla laicità dello stato, dalle privatizzazioni al nucleare: la demistificazione del consenso del Paese verso il Governo e la sua maggioranza  è perciò allo stesso tempo il necessario riferimento del confronto e la consapevolezza della possibile vittoria delle istanze e dei contenuti alternativi. Sulla privatizzazione dell’acqua il ministro Ronchi nel tentativo di svilire la manifestazione nazionale di Roma, ha rinnegato i contenuti della sua legge e questo non è certo insignificante nella costruzione del consenso sull’acqua bene pubblico.
Sul nucleare la sfida alla trasparenza portata avanti da VAS e Greenpeace ha ottenuto un risultato, che, se le promesse elettorali fossero impegni e non parole al vento, potrebbe dirsi storico: Tutti i governatori appena eletti hanno dichiarato in campagna elettorale di non volere il nucleare nelle proprie regioni. Sette –Vasco Errani (Emilia Romagna), Enrico Rossi (Toscana), Gian Mario Spacca (Marche), Catiuscia Marini (Umbria),  Claudio Burlando (Liguria), Vito De Filippo (Basilicata) Nichi Vendola (Puglia) – hanno detto di essere contrari ai piani nucleari del governo. Gli altri sei – Renata Polverini (Lazio), Roberto Cota (Piemonte), Roberto Formigoni (Lombardia), Luca Zaia (Veneto), Stefano Caldoro (Campania), Giuseppe Scopelliti (Calabria) – hanno dichiarato che comunque la loro regione non avrebbe ospitato una centrale. Berlusconi e Scajola, nel rispetto di tali volontà, a tal punto dovrebbero fare totale inversione di rotta rispetto al nucleare, ma purtroppo  pensiamo che ciò proprio non avverrà e che solo una grande opposizione popolare potrà fermare l’infausto, catastrofico, anticostituzionale, immane business del nucleare.
La grande, epocale, questione che si apre è perciò come trasformare la stragrande maggioranza del Paese - che non sostiene Berlusconi e le sue scelte, e che d’altra parte non si riconosce né nell’attuale politica, né nelle organizzazioni del Centro Sinistra, a partire dal PD -  in forza vera di opposizione, capace di fermare ed invertire le scelte e di proporre una nuova democrazia e partecipazione e  di proporsi come nuovo governo del Paese.
Questa è la questione: perché se con certezza possiamo dire che la maggioranza del Paese non sta con Berlusconi, né con Bersani, non possiamo certo affermare che essa è aggregata attorno a progetti o forze del cambiamento: ciascuno per la propria identità e responsabilità e tutti insieme quelli che pensiamo ad un Paese diverso dall’oggi,  ecologista, giusto e solidale, per citare tre possibili comuni riferimenti,  con intelligenza ed onestà politica ed intellettuale, non possiamo non constatare la marginalità estrema del risultato elettorale delle forze che si richiamano all’alternativa. Non convincono o meglio non hanno forza trainante, creatrice di nuove speranze ed aspettative, le deboli, indolori posizioni dei Verdi e del Movimento Cinque Stelle, poco attente alle ragioni vere della realtà di oggi e cioè  agli interessi del sistema economico e produttivo dominante; sulla credibilità di un profondo, radicale rinnovamento della Federazione di Sinistra, ancora, pesano le esperienze insignificanti, subalterne e spesso fortemente opportuniste delle passate esperienze di governo e più complessivamente istituzionali: la Campania di Bassolino dal 2000 al 2010 come “laboratorio politico”, secondo Bertinotti, resta l’esempio più emblematico. Ancora da definire l’identità, sospesi tra il voler  incidere sull’alternativa del Dipietrismo e di Sinistra e Libertà di Vendola.
E però tutte queste espressioni sono portatrici di valori e contenuti programmatici, reciprocamente similari e conseguentemente reciprocamente condivisibili: se tali valori e contenuti per la Federazione di Sinistra sono comunque dentro ad una  globalità di analisi e  progettualità futura  della Società Umana e del Pianeta (che può naturalmente essere condivisibile o meno), sia rispetto ai limiti predetti, sia rispetto al programma elettorale qualcuno riesce ad esempio a trovare differenza tra Verdi e Cinque Stelle, al di la della scelta elettoralistica? Noi pensiamo proprio di no! Dicendo questo vogliamo dire che occorre una grande ammucchiata elettorale? Assolutamente no! Pensiamo invece che tutte insieme queste forze debbano svolgere una grande azione sinergica per contribuire ad una nuova impetuosa crescita del clima culturale, sociale, politico  del cambiamento profondo e della conseguente organizzazione dentro e fuori da esse. Nella identità e nella progettualità delle espressioni politiche esistenti,  o anche di altre che possono sorgere, occorre cioè una nuova disponibilità per una conflittualità organica contro scelte devastanti per la Società, per il Paese, per l’Ambiente e la Natura. Se ciò avviene sicuramente il non voto di oggi, per sua significativa portata, diventa oltre a infinita ricchezza di movimenti e partecipazione democratica, anche sul piano elettorale  nuova  entusiasmante linfa del cambiamento istituzionale.

Guido Pollice e Antonio D’Acunto
 

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