di Guido Pollice, Presidente nazionale VAS Riccardo Consales,Coordinatore Campagna VAS No al Nucleare Antonio D’Acunto, Comitato per il No al Nucleare
La marcia forzata per la imposizione del nucleare in Italia, avviata alcuni anni fa, prima timidamente, ed erroneamente sottovaluta dalle forze ecologiste e pacifiste, e poi sempre più accelerata ed aggressiva, cercherà di cogliere nel 2010 decisivi risultati, rappresentati dalla definizione dei siti delle centrali, degli impianti di produzione del combustibile nucleare e dei depositi delle scorie radioattive. Sul piano istituzionale due termini dello scontro appaiono già estremamente chiari: da una parte la difesa costituzionale di almeno cinque regioni del diritto di decidere, come chiaramente dettato dall’Art 117 della Costituzione, con il ricorso alla Suprema Corte sull’incostituzionalità dei poteri sostitutivi del governo in caso di rifiuto delle regioni (il famigerato punto f dell’art 25 delle legge 99/2009) e dall’altra l’emanazione di atti legislativi mistificatori di legittimità per le procedure e le scelte. Nella palese consapevolezza della sentenza della Corte Costituzionale favorevole alle regioni, è fortemente probabile che, prima della decisione, vi saranno fortissime manovre politiche per modificare l’Art 117 della Costituzione, al fine di assegnare in “settori strategici di interesse nazionale” (è una nostra definizione) la competenza allo stato centrale: l’iter delle modifiche costituzionali è estremamente complesso e costringe comunque ad un confronto democratico se resta l’opposizione di una parte del Parlamento; è estremamente semplice in caso di “riforme condivise”. Non è difatti casuale che per l’avvio del nucleare la prima richiesta della Confindustria sia stata fatta nella direzione della modifica dell’Art. 117 e politicamente in direzione bipartisan. I colpi di mano successivi, in totale contrasto con la Costituzione, dalla sparata di Berlusconi, indecorosa sul piano internazionale, della firma del protocollo con Sarzoky per la realizzazione di quattro centrali nucleari alla legge 99/2009, sono stati fatti proprio per le difficoltà della modifica costituzionale in assenza di una intesa con l’opposizione. Fondamentale è perciò la massima vigilanza su un eventuale percorso di riforme condivise per capire realmente, e questo naturalmente vale non solo per il nucleare, che cosa si vuole cambiare. Il Governo però finge di ignorare l’esistenza di questa questione di incostituzionalità, come sul piano internazionale quella della produzione di combustibile nucleare in totale contrasto con il Trattato di Non Proliferazione, e porta avanti la sua strategia che appare sempre più evidente: quella di approvare importanti atti preparatori e di rinviare a dopo le elezioni regionali la scelta, peraltro già fatta, dei siti, sapendo che la sola dichiarazione di sito nucleare per una determinata regione porterebbe alla sicura debacle elettorale. Profondamente sbagliato sarebbe restare fermi rispetto a questa strategia in attesa della battaglia sia sui siti sia sulla incostituzionalità. Il 22 dicembre scorso è stato approvato dal Consiglio dei Ministri lo schema legislativo sui criteri per la localizzazione e sulle misure compensative e le campagne informative: un atto, che se dovesse essere confermato nel successivo iter parlamentare, sarebbe denso di pesantissime conseguenze. Ovvero, in verità, potremmo concludere subito in maniera opposta e tranquillizzante: pur nella grande riduttività della definizione dei criteri-vincoli individuati dallo schema legislativo, basterebbe riferirsi correttamente e scientificamente ad essi per arrivare alla conclusione che in Italia non è possibile installare alcun impianto nucleare né di produzione elettrica né di combustibile. Basti pensare alle carte simiche e del rischio idrogeologico e soprattutto alle loro evoluzioni in poche decenni nel senso dell’accentuazione del pericolo e della estensione della copertura sull’intero territorio nazionale; basti pensare alla assenza di ogni soluzione di continuità abitativa; basti pensare ai vincoli paesaggistici ed ambientali; basti pensare alle portate ed alle magre dei fiumi interessati dal saccheggio idrico necessario per il raffreddamento degli impianti e così di seguito, scorrendo quanto indicato nel Decreto. Ma, purtroppo, su questo piano non avrà nessun peso la realtà del Paese, né quella naturale, né quella umana, produttiva,storico, culturale. Stroncato il tentativo del Presidente del Consiglio di portare in Italia solamente la sconquassata filiera francese dell’Areva, alla lotta senza esclusione di colpi tra i vari giganteschi vampiri mondiali della industria nucleare, il decreto di dicembre dà la incredibile, sconvolgente soluzione per cui “sulla base di tali criteri (quelli del decreto) saranno poi le imprese a proporre in quali zone intendono realizzare gli impianti nucleari”. Proprio così: l’Italia si imbarcherebbe per il nucleare addirittura in più filiere, ciascuna presentata ovviamente come ultimissima generazione: se non va bene più la terza, appelliamola pure della quarta e, perché no, della quinta! Totale sarebbe in tal modo la dipendenza da immani interessi privati in percorsi ad altissimo rischio, dal mercato, il trasporto ed il riciclo del combustibile nucleare e dei prodotti irradiati a partire dal plutonio, alla gestione dei guasti e delle perdite radioattive allo smaltimento dei materiali contaminati. Non vi sarebbe nessun limite al prezzo disponibile a pagare da parte delle imprese nucleari per accaparrarsi un sito un nucleare. E’ ipotizzabile un percorso più degenerato e più corruttore di quello indicato nel Decreto di Dicembre? La domanda di fondo che nasce immediata ed alla quale certo non può esservi risposta: se il nucleare è, come si vorrebbe fare intendere, di interesse strategico nazionale, come si fa ad affidarne la gestione a privati? La filosofia corruttrice che sottende il Decreto di dicembre trova la sua massima esplicitazione nei soldi che si danno alle Comunità locali, in cambio della vendita della sicurezza, della salute e dell’equilibrato sviluppo: soldi che, si badi bene, crescono anche percentualmente all’accettazione di un rischio superiore! Per la realizzazione dell’impianto si danno 3 mila euro per MW(Megawatt) fino a 1600 MW e per potenze superiori una ulteriore maggiorazione del 20%! Ed in fase di esercizio più si produce (ovvero meno si guarda per il sottile ai problemi di sicurezza e ai bisogni di manutenzione) più soldi vengono elargiti: 0,40 euro a megawattora. La filosofia corruttrice è volta sia alle Istituzioni, come tali, sia ai singoli cittadini. Che succede poi se qualcuno antepone ai soldi della corruzione la sicurezza, la salute, la tutela delle risorse naturali e lo sviluppo equilibrato? Diventa egoista e nemico della collettività e degli interessi generali del Paese e va perciò combattuto, non può protestare, va trattato come un delinquente e fermato ed arrestato appena possibile, appunto perché il sito nucleare è difeso dalle forze armate. La corruzione invade totalmente anche il fronte della comunicazione: con il decreto di dicembre i cittadini pagheranno anche “le campagne di informazione” ovvero la propaganda per convincere la grandissima parte del Paese che è contraria al nucleare sulla giustezza della scelta. E naturalmente spunteranno “tecnici”, “esperti”, “ambientalisti e nuclearisti pentiti o riconvertiti dalla terza, quarta e quinta generazione di reattori”, lautamente pagati per illustrare la “giustezza” del nucleare. Come abbiamo detto il Governo e la sua maggioranza opereranno per tenere lontano dalle prossime elezioni regionali la questione nucleare, soprattutto per la indicazione dei siti. La prima battaglia da vincere è perciò tutta politica ed proprio quella di portare nel cuore della formazione stessa delle alleanze, dei programmi, delle scelte e del confronto, tale questione. Vi è una rincorsa a sinistra verso la UDC; non ne sappiamo la ragione e come il tutto sia nato, ma Casini, ancora prima di Berlusconi e Scajola, ha lanciato il nucleare in Italia. Le eventuali alleanze su quale posizione si faranno? La cosa peggiore, ed anche la più probabile, è naturalmente quella di ignorare l’esistenza della questione, in sintonia con la strategia del governo; sarebbe estremamente grave ed occorre impedirlo. Occorre innanzitutto operare per far si ché in campagna elettorale le regioni confermino il ricorso alla Corte Costituzionale, sapendo che sempre con il decreto di dicembre, mistificando i suoi contenuti, è in atto un nuovo pesantissimo tentativo perché esse mutino posizione; emblematica è la dichiarazione del sottosegretario allo sviluppo economico con delega all’energia Stefano Saglia dopo l’approvazione del decreto: “l’individuazione dei siti avverrà d’intesa con le regioni interessate - il che non è assolutamente vero nel caso che le regioni rifiutino gli impianti nucleari- quindi, a questo punto, sarebbe auspicabile che le regioni ritirassero i ricorsi presentati alla Corte Costituzionale. Ma la battaglia più importante da portare avanti è quella di sconfiggere l’oscurantismo, la violenza ideologica, il minaccioso clima persecutorio, l’imposizione antidemocratica, che sta caratterizzando la campagna nuclearista in Italia: ciò avviene non solo per gli atti del Governo e della sua maggioranza, ma anche, per la parte di propria identità, dalla gran parte dei mass media: se il dottor Sergio Romano, giornalista, generalmente di grande equilibrio, assegna in “Lettere al Corriere” l’attributo di “sciagurato” al referendum popolare sul nucleare dell’87 ed identifica nella sola catastrofe di Cernobil, peraltro totalmente esclusa come possibile dal Professore Ippolito ed i nuclearisti del tempo, senza minimamente avere conoscenza del dibattito allora esistente e della crisi già in atto del piano nucleare nazionale, ancor prima di Cernobil, si comprende come si intende informare i cittadini sulla scelta nucleare. La battaglia è perciò quella per affermare la partecipazione alle scelte, la democrazia, la corretta informazione, il merito della questione. Se si riesce a portare su questo terreno il confronto, emergerà che per la nostra e per molte generazioni future su ogni piano, economico, occupazionale, dello sviluppo, della ricerca scientifica, della tutela ambientale, della sicurezza, della pace, il nucleare è una scelta totalmente sbagliata e tragicamente pericolosa. Per parte nostra, l’abbiamo specificato ampiamente e pensiamo incontrovertibilmente, nel Decalogo delle ragioni del No al Nucleare. Sconfiggere un business, che già solo inizialmente, è di 20 miliardi di Euro, è una impresa titanica e tutti noi impegnati in tale direzione dobbiamo riscontrare che finora non ci siamo riusciti, se non per l’attivazione di possibili, futuri, anche se fondamentali, impedimenti. Occorre un grande salto di qualità che deve avere al primo punto il recupero di una nostra azione molto più fortemente ed incisivamente coordinata, sinergica, capace di esprimere in ogni circostanza, nelle battaglie nazionali e locali che si avranno nei prossimi mesi, un fronte il più ampio possibile nella partecipazione, nella promozione della democrazia e delle iniziative, nella diffusione del materiale informativo, nella organizzazione dei sit- in pacifisti e dei cortei di lotta. Pensiamo, e perciò daremo il nostro contributo in tale direzione, che questo sia il Tempo della Organizzazione Unitaria, nella naturale ricchezza delle singole biodiversità individuali, associative e politiche.
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