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La sconfitta di Copenhagen E-mail
di Guido Pollice ed Antonio D’Acunto

Abbiamo manifestata in molti interventi la grande preoccupazione che la Conferenza di Copenhagen sui Cambiamenti Climatici potesse essere ancora un fallimento, come tutte le quattordici che l’hanno preceduta; ma contestualmente nutrivamo  una grande speranza per l’attesa che si era creata attorno ad essa quasi fosse un evento completamento nuovo e per quella che sembrava volesse essere la grande novità politica mondiale, rappresentata dal nuovo governo democratico degli Usa di Barak Obama.
A Copenhagen non si è fatto invece alcun passo in avanti, misurabile in termini di impegni sottoscritti e controllabili su nessuna  delle grandi questioni che stanno sconvolgendo il clima ed il Pianeta: le emissioni di CO2 e degli altri gas serra, l’abnorme quantità di energia consumata nel mondo e l’estrema  iniquità della sua distribuzione, la deforestazione e lo sviluppo di un’agricoltura aggressiva ed energivora, l’alterazione profonda dello stesso volto della superficie terrestre. Purtroppo siamo dunque  davanti alla delusione più profonda per le conclusioni della Conferenza e dobbiamo dire che i “Grandi della Terra”, tutti, a partire proprio da Obama per il ruolo e le responsabilità maggiori che ha,  sono rispetto alla Terra potentissime cellule cancerogene della distruzione della sua identità e della sua stessa vita. No! non dobbiamo avere timore di essere accusati di catastrofismi, perché siamo davanti alla  tragica realtà che cento anni diventano, rispetto ai mutamenti del Clima e conseguentemente della Terra, una Era Geologica, che normalmente ha la durata di milioni di anni: solo la cecità per il futuro, egoismi irrefrenabili e soprattutto immani interessi di potere ed economici possono negare,  nascondere o minimizzare quanto sta accadendo.
Causa generatrice comune a tutti gli elementi della possibile catastrofe è la irrinunciabilità dei Paesi ricchi alla disponibilità di una altissima quantità di energia, prevalentemente di origine fossile: petrolio, gas naturale, carbone. Riflettiamo attentamente, e, nel nostro piccolo, rilanciamo  su un dato totalmente assente nelle discussioni ufficiali, ma che chiaramente ha alimentato  ogni decisione  a Copenhagen: quanto durerà ai ritmi attuali di consumo la disponibilità di queste risorse? Secondo l’Energy Watch Group (stima del 2007) ai livelli attuali di produzione, il petrolio si esaurirà tra 40 anni, il gas naturale fra 60 anni ed il solo carbone tra 200 anni; per il Ministro del Petrolio dell’Arabia Saudita, Al Naimi il petrolio durerà altri 50 anni; per la BP, sempre il Petrolio, durerà altri 40 anni. In generale in questi calcoli già si introducono “i non convenienti economicamente”, “i difficili tecnicamente”, “i pericolosi per gli ecosistemi”, gli scarti ovvero le sabbie e gli scisti bituminosi. Possiamo dire che fra cinquantenni, già ai ritmi attuali di consumo, non vi sarà né petrolio, né gas naturale. Cinquantanni è poco meno del tempo che ci separa dalla seconda guerra mondiale, e poco più del doppio dalla caduta del muro di Berlino, eventi totalmente  vicini a noi; cinquantanni è il tempo del bambino della realtà consumistica di oggi che diventa nonno di un bimbo di un mondo senza risorse. Si può pensare di passare da un giorno all’altro dalla società costruita sulla disponibilità di risorsa senza limiti a quella della mancanza praticamente totale di tale risorsa? E se già oggi  la gran parte dei conflitti ha la sua ragione prima nell’accaparramento delle fonti energetiche, che succederà quando i Paesi che fondano la loro economia, il loro sviluppo, la loro ricchezza sull’importazione di energia, si troveranno nella impossibilità di continuarlo a fare? Per innumerevoli ragioni non è ipotizzabile uno spostamento fortemente rilevante sul carbone ed il nucleare è improponibile come alternativa per  infinite ragioni, già in altre occasioni ampiamente illustrate. Se il Pianeta resiste, fra cinquant’anni un modello di società globale diversamente energetica, diverrà necessità assoluta, in una condizione di disponibilità decisamente inferiore alla epoca preindustriale, anche se, e non è certo piccola cosa, con un molto più elevato patrimonio di conoscenze tecniche e scientifiche. La transizione più  è  temporalmente ristretta, più ha conseguenze sconvolgenti,  incontrollabili, violente in ogni direzione; purtroppo, in una sola parola: catastrofiche. Ogni giorno che passa nella direzione finora seguita accelera ed accentua perciò questo processo. Al contrario una saggia gestione, fatta nell’interesse dell’intera Umanità e della Vita stessa della Terra, della residualità  delle risorse energetiche accumulate dal Pianeta in intere ere geologiche e saccheggiate in meno di mezzo secolo, allungherebbe la transizione e consentirebbe un percorso di scelte maggiormente condivise, pacifiche, di interesse della intera collettività.
Se, come per molti aspetti legittimamente chiedono,  i Paesi poveri  accedono a livelli più elevati di consumo energetico  da fonti fossili, i 50 anni diventano 40 anni o anche di meno e conseguentemente si accorcia il tempo della predetta transizione e cresce l’accelerazione della crisi. Leggiamo un momento il “fallimento” dei vertici sul clima, di tutti i vertici, non solo quello di Copenhagen, da questo versante: il rifiuto dei Paesi ricchi ad accettare una crescita sia pure minimale dei Paesi poveri nei consumi energetici di origine fossile nasconde in realtà l’interesse a conservare il residuo delle riserve energetiche per i  propri bisogni, e cioè attività produttiva e e consumismo.
Questo è il significato di fondo dell’acquisto di “quote di emissioni” in cambio di moneta o anche di “beni di consumo”, finalizzati o consistenti, come abbiamo più volte detto, in scarti industriali, materiali obsoleti, armi necessarie ad attivare una moltitudine dei conflitti e sostanzialmente bloccando l’autonoma crescita dei singoli Paesi. In tal senso, il paradosso, o meglio la grande falsità di molti Paesi industrializzati, a partire in Italia dal becero leghismo, emerge quando si parla di immigrazione e si afferma che bisogna promuovere sviluppo e lavoro sul proprio territorio! E’ evidente che altra cosa è l’attivazione anche nei paesi poveri di ingenti investimenti e tecnologie nel  rinnovabile capaci realmente di produrre qualità alta della vita della intera popolazione e salvaguardia del territorio, in un percorso decisamente alternativo a quello seguito da un secolo e mezzo  dai paesi industrializzati e destinato, come detto,  necessariamente al collasso, se non si cambia.
Ma se continuare in questa direzione è catastrofe annunciata per l’economia, per la ricchezza ,per lo sviluppo e per lo stile di vita degli stessi Paesi ricchi, per il Pianeta lo è in maniera infinitamente più grave. Si è molto parlato del 2050; al ritmo di consumo attuale non vi è bisogno di accordo, che sembra mai potervi essere, tra i “Grandi” sul dimezzamento a tale anno delle emissioni rispetto al 1992. Le emissioni si ridurranno drasticamente per il semplice fatto che non vi saranno più né petrolio, né gas: ma come l’Umanità ed il Pianeta arriveranno a tale scadenza? Ai negazionisti della catastrofe oltre ogni immaginazione, come brillantemente vengono definiti  da Nebbia nel precedente editoriale su questo sito, noi vogliamo porre un dato che ormai da decenni fa parte della nostra impostazione di fondo: se si continua in questa maniera, nel 2050 (più o meno, ovviamente) tutta l’energia fossile del petrolio e del gas naturale accumulata dalla Terra in una intera era geologica, quella del massimo sviluppo della vita e del verde, della durata di centinaia di milioni di anni sarà stata consumata; in poco più di un secolo viene immessa in un sistema finito qual è la Terra e la sua atmosfera la quantità di energia ed il carbonio ritrasformato in anidride carbonica di centomilioni di anni. Come si può minimamente controbattere a questo dato ed alle sue incalcolabili conseguenze sulla trasformazione della Terra in una “surriscaldata serra”?  Pensiamo solo un momento a quali tempi occorrerebbero perché la Terra per effetto clorofilliano potesse recuperare questa energia e ritrasformare  l’anidride carbonica in composto organico del carbonio.
Nessuno sa che cosa purtroppo realmente succederà già nel 2020 e poi nel 2050 se effettivamente  si continuerà a bruciare combustile nella stessa quantità di oggi o addirittura in maniera fortemente crescente nella direzione di quanto avvenuto negli anni a seguire del Summit sulla Terra di Rio del 1992, che lanciò drammaticamente l’allarme clima e le relative Conferenze  sulle variazioni climatiche. Molti scienziati e studi concordano sul riduzionismo degli effetti catastrofici nell’estendere il modello delle variazioni finora avvenute al futuro, calcolando cioè  in tal modo sia l’incremento della CO2 e degli altri gas serra sia l’aumento della Temperatura media del Pianeta. Non è purtroppo fantascienza il rischio di effetto serra a valanga, cioè irreversibile e impetuosamente crescente ed inarrestabile da parte dell’Uomo da un certo valore di gas serra nell’atmosfera, soglia dell’effetto valanga. Esempio  di effetto valanga già  irreversibile è la drastica riduzione dei ghiacciai, (l’acqua ed il terreno riflettono molto meno la luce e l’energia solare); anche se ancora controllabili dall’Uomo cioè ancora reversibili espressioni di effetto valanga sono gli incendi boschivi “per autocombustione” e ancor  più emblematici i sistemi frigoriferi ed  i condizionamenti  degli ambienti; paradossalmente più cresce la temperatura dell’ambiente esterno più si butta nell’atmosfera nuovo calore  derivante dall’energia consumata per tali servizi.
Come detto più volte la via verso la catastrofe viene spianata ulteriormente dalla perdita crescente del verde, l’unica, sia pure insufficiente, cura contro la crescita della CO2 e dall’alterazione profonda della superficie terrestre con la movimentazione di materiale che ogni anno abbiamo quantificato nell’intero volume del complesso Vesuvio-Monte Somma, a partire dal livello del mare. Anche su questo non vi è stato nessuna scelta a Copenhagen! Né condanna della Corea del Sud, della DaeWoo e del governo del Madagaskar  per l’assurda, incredibile operazione di distruzione di un terzo della Foresta vergine di tale Paese   per  monoculture intensive per la Corea del Sud, né forti autorevoli impegni degli altri paesi dove sono gli immensi polmoni della Terra di produzione di Ossigeno, a partire dall’Amazzonia. Certo anche da Lula il Mondo si aspettava molto di più per la tutela della principale Foresta del Pianeta, oltre alla giusta rivendicazione di dare risposta ai bisogni materiali di tanta parte del suo paese.
Ma il Pianeta ed il suo Destino  non appartengono  né ad  Obama, né a Wen Jiabao, nè a Singh, nè a Zuma, che hanno concordato e proposto il vuoto ed inutile documento finale,   né agli insignificanti, per la intera Conferenza di Copenhagen,  governanti Europei da Sarkozy a Prestigiacomo, da Merkel a Brown. Il Pianeta è delle sue Creature di Oggi e del Futuro, delle infinite Vite della Biodiversità, della bellezza delle sue forme, delle sue espressioni, delle sue luci e dei suoi colori. Sicuramente il Pianeta si salverebbe se tutte queste Vite si organizzassero e imponessero  la fine al suo violento e profondamente ingiusto sfruttamento, rivendicando innanzitutto il loro diritto ad esistere,   ad accedere alle sue risorse, a salvare il proprio habitat.  Ciò non può avvenire, ma sicuramente è invece possibile che la gran parte della Umanità, integra e colma di valori, come quella espressasi già a Copenhagen, si ribelli e si opponga  alla triste fine del nostro Pianeta nell’interesse generale di tutte le forme di vita e delle generazioni future: un nuovo internazionalismo che unisca tutte queste Volontà di Cambiamento è la via maestra per non subire più sconfitte come quella di Copenhagen e tutti noi dobbiamo operare in tale direzione  con la forza e la consapevolezza di una  epocale guerra, pacifista e non violenta, per un nuovo ordine mondiale politico, economico, culturale, sociale e di stile di vita individuale e collettivo.
 

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