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Conferenza di Copenhagen sul Clima: la necessità di una svolta radicale |
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di Guido Pollice e Antonio D’Acunto Dal 7 al 18 dicembre 2009 si terrà a Copenhagen la quindicesima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima: i segnali che vengono dati non promettono certo niente di nuovo e di buono. Siamo ormai a poche settimane dall’inizio della Conferenza e non vi è ancora un documento sul quale si possa politicamente discutere e confrontarsi in ciascun Paese e sul quale miliardi di Donne ed Uomini, interessati al futuro del Pianeta, possano esprimersi e lottare per il cambiamento. Tutto viene così rinviato agli addetti ai lavori, ai cosiddetti esperti, che spesso in realtà non sono tali, ma soggetti lautamente pagati, funzionali ai sistemi di potere, politico, economico, culturale e sociale che hanno portato la Terra sull’orlo della catastrofe. In Italia il Governo ha promosso qualche documento con il quale presentarsi a Copenhagen? No! Il Parlamento tutto ha attivato confronti? No! Per stare un poco, a parole, sul fronte dell’opposizione di sinistra ed ambientalista . nel confronto tra Bersani, Franceschini, Marino, qualcuno ha richiamato Copenhagen e le posizioni da assumere? Ancora, dobbiamo rispondere, No! In realtà anche sul fronte dell’Ambientalismo, inteso nell’accezione complessiva politica ed associativa, a livello nazionale ed internazionale, non possiamo non riscontrare ed evidenziare gravi ritardi sia sul piano del coinvolgimento dei cittadini che su quello dell’elaborazione di una piattaforma forte, alternativa e quanto più possibile unitaria e dell’attivazione di una lotta vera, di massa per la sua concretizzazione. Ed in questo senso vuole andare anche il presente contributo. Partiamo da un dato che forse è chiarificatore del generale vuoto di significato e di valore di queste iniziative e cioè del loro essere mere e costosissime parate: sparpagliati in tutto l’anno, da gennaio a dicembre, in tutto il mondo, da Tokyo a Ginevra, da Nairobi a Istanbul, da Siracusa a New York, si sono svolte infinite iniziative ed incontri, chiamati a seconda dei gusti dei promotori, giornata, forum, weekend, conferenza scientifica e tanto altro ancora, su temi che non possiamo che definire di grandissima rilevanza: biodiversità, acqua, zone umide, oceani, montagna, energia, desertificazione, siccità, ambiente ed altro ancora. Tutti questi incontri sono stati senza alcuna conseguenza politica, economica, culturale, sociale ed ogni volta che si è attivata una nuova iniziativa (stiamo parlando di livello internazionale) è stato come se tutte quelle che l’hanno preceduta non fossero esistite e cioè come se acqua e zone umide, deforestazione e biodiversità, energia ed ambiente non avessero alcunché in comune, per cui si riparte sempre da zero, dimenticando come ognuna delle singole questioni sia profondamente correlata a tutte le altre.
Quali nodi deve sciogliere Copenhagen? Il primo centrale, tutto politico, ben noto ai governanti ed ai potenti del Mondo, è quello del limite della ricchezza materiale totale producibile, compatibile con l’essere del Pianeta sistema finito e della sua distribuzione tra gli uomini di oggi in rapporto alle future generazioni ed alle altre specie viventi. Lo sviluppo sostenibile, come definito dal rapporto Brundtland, non è sostenibile per disponibilità di risorse e per capacità recettiva del Pianeta e se tutto continuasse, come già oggi è, si andrebbe ineluttabilmente alla catastrofe. Il punto centrale per un nuovo equilibrio, clima del Pianeta, ancora compatibile con il mantenimento della Vita nella sua accezione globale di specie e forme della Biodiversità, di cui l’Uomo è parte, è la consapevolezza della necessaria rinuncia individuale e collettiva per chi ha troppo, a spese e a vantaggio di chi ha poco o nulla: per restare in una terminologia tutta ecologista, e profondamente scientifica, chi ha una impronta ecologica incompatibile con le potenzialità del Pianeta deve andare drasticamente nella direzione opposta a quella finora seguita e cioè seguire il cammino della decrescita. Scienziati e tecnici possono dare dati, parametri e proiezioni, ma il futuro, il Clima, saranno determinati dalle scelte politiche ed alto è il rischio che proprio esse mancheranno a Copenhagen.
Probabilmente dove si vorrà arrivare è comprensibile dal primo punto della “Sintesi del vertice” che si è svolto il 22 settembre scorso a New York, promosso dal Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon: “migliorare l’azione volta ad aiutare i Paesi più vulnerabili e poveri ad adattarsi agli impatti dei cambiamenti climatici”: nell’ermeticità del linguaggio politico questo sta a significare di caricare la criticità del Pianeta e la necessaria inversione nello sfruttamento delle risorse sui Paesi più poveri, in cambio di qualche elemosina o di foraggiamento di qualche ras locale. Lo stesso Obama, che certo è sicuramente progressista e sensibile alle questioni della miseria e del sottosviluppo come della Pace e del destino delle future generazioni, si colloca in questo vertice in una posizione di grande ambiguità, richiamando alla stessa corresponsabilità di chi ha sfruttato il Pianeta e di chi è stato sfruttato:”Nessuno Stato, che sia grande o piccolo, ricco o povero, può sfuggire agli effetti dei cambiamenti climatici. L’innalzamento del livello dei mari minaccia tutte le coste”; anche se poi, con chiarezza e determinazione, rispetto all’energia pone centrale lo sviluppo del rinnovabile e del risparmio, onde non accrescere le emissioni.
Tale impostazione generale richiama la complessiva inconcludenza attuativa dell’intesa finale che ha già caratterizzato il Protocollo di Kyoto e che ha dato, come riconosciuto direttamente o indirettamente da tutti, insignificanti risultati. Pur denominandosi Conferenza sul clima, in realtà l’appuntamento di Copenhagen si muove rispetto alle azioni dirette da perseguire operativamente, ancora una volta proprio sulla stessa linea di Kyoto e cioè si prefigura come Conferenza sul contenimento delle emissioni dei gas serra, identificando sostanzialmente in tale sola causa il surriscaldamento del Pianeta e conseguentemente lo sconvolgimento climatico; rispetto alla comune opinione il protocollo fa chiarezza che l’anidride carbonica non è il solo gas serra, per cui cambiando il tipo di combustibile, i problemi non sono certo risolti. Parliamo perciò dell’anidride carbonica per esemplificazione e perché il più fortemente significativo. Naturalmente, la riduzione delle emissioni è obbiettivo di grandissima rilevanza per il clima, ma profondamente errato e funzionale a determinati, immani interessi speculativi sarebbe il vuoto o la marginalità della discussione e delle azioni conseguenti in rapporto almeno a tre fondamentali questioni: il “Verde del Pianeta”, il consumo totale di energia su di Esso, le modificazioni profonde del Suo volto.
La distruzione di foreste e boschi, di estensione continentali come quelle piccole regionali, ha contribuito in maniera decisiva all’aumento del valore dell’anidride carbonica nell’atmosfera perché ha ridotto la capacità di trasformazione di essa in materia organica mediante il meraviglioso processo della vita costituito dalla sintesi clorofilliana; il verde è la medicina contro l’eccesso dell’anidride carbonica. L’inversione di quanto finora avvenuto fatto di saccheggi, devastazioni, incendi del patrimonio “verde” costituisce la via maestra, la cura necessaria che la Natura ci dà per contenere l’aumento della CO2 nell’atmosfera: dobbiamo sempre parlare purtroppo di contenimento dell’aumento perché i gas serra, ed in particolare l’anidride carbonica, hanno vita lunga, e quanto immesso nei decenni trascorsi, per secoli si sommerà al nuovo. La tutela dei grandi polmoni di verde è necessità e perciò interesse della intera Umanità e della Vita stessa del Pianeta. Tre aspetti dovrebbero emergere con massima chiarezza a Copenhagen: l’impegno forte e convinto delle popolazioni e dei governanti cui queste aree appartengono ad arrestare la distruzione ed anzi recuperare spazi ancora possibili per il loro restauro ambientale naturale; il farsi carico della Comunità internazionale del costo economico e di sviluppo produttivo sopportato da queste popolazioni per la suddetta tutela; l’attuazione di strumenti operativi internazionali contro le bande mal affaristiche che attuano progetti distruttivi in tali aree e condannare governi e lobbies economiche che operano in tale nefasta direzione. Lula a Copenhagen deve arrivare con chiarezza sulla opzione Zero per la deforestazione dell'Amazzonia entro il 2015 e così tutti gli altri Paesi dell’Asia, Africa, Australia, del Centro America, delle Isole del Pacifico dove sono le grandi foreste tropicali e pluviali. Allo stesso tempo la Conferenza di Copenhagen, per essere credibile, deve avere la forza di esprimere, cosa finora ignorata, una durissima condanna della Corea del Sud, dell’attuale governo del Madagascar e della Daewoo per la operazione di acquisto da parte di quest’ultima di 1,3 milioni di ettari di foresta incontaminata per la totale soppressione di essa a scopo di colture estensive per la Corea del Sud. Lo si farà, stante l’altissimo potere economico e di mercato di questo Paese? Abbiamo forti dubbi. La stessa cosa vale per la infinita miriade di altre operazioni di tale natura, sparse nel Mondo.
Nella Conferenza si prefigura poi come il paradosso più grande: la questione è il surriscaldamento del Pianeta ma in essa sembra non entrare, o entrarvi in maniera del tutto marginale, l’energia consumata sul Pianeta! Naturalmente essa è invece la fonte del surriscaldamento, perché insostenibilmente abnorme, in un anno pari a quella che la Terra ha accumulato per via fossile in milioni di anni e, sommata negli ultimi cinquantenni, superiore a tutta quella consumata nella intera Storia dell’Uomo. Anche qui la ragione dell’assenza dell’energia consumata è politica, economica, sociale e culturale. Se, come dovuto, essa viene posta, emergono i grandi problema di fondo del Pianeta: la insostenibilità di uno “stile di vita consumistico”, la profonda ingiustizia nella distribuzione delle risorse, la consapevolezza della inevitabile accelerazione della catastrofe globale se tutte le persone e tutti i paesi del Mondo avessero lo stesso livello di vita del cittadino medio americano od anche dell’occidente europeo. Le fonti rinnovabili sono una scelta di fondamentale rilevanza per il futuro della Umanità, ma proprio perché non possono riprodurre gli attuali livelli di consumo, richiamano, e Copenhagen dovrebbe sottolinearlo con grande evidenza, la necessità assoluta di un nuovo modello produttivo, di una nuova ridistribuzione della ricchezza, in un Nuovo Ordine Mondiale. Oltre che profondamente mistificatorio, folle e disperato, in un’ottica anche di praticabilità reale, è il tentativo di sostituire alle fonti fossili, il nucleare. Tra le infinite ragioni del No vi è la risposta proprio in rapporto al surriscaldamento del Pianeta: le centrali nucleari disperdono nell’ambiente circostante il doppio del calore di una centrale termoelettrica di pari potenza! E’ bene avere piena consapevolezza di ciò e sottolinearlo con grande forza perché nella prossima Conferenza sul clima sicuramente, come già hanno fatto in Italia Berlusconi e Scajola, si tenterà di affermare che il nucleare è … ecologico e non porta surriscaldamento del Pianeta!!
I raggi del Sole arrivano sulla Terra: se tutta la loro energia fosse rinviata nello spazio, la gelida Terra non avrebbe vita: non avrebbe, parimenti, vita la surriscaldata Terra se al contrario la intera energia fosse assorbita. L’equilibrio tra assorbimento e riflessione è dato, stante le altre condizioni, dalla natura e dalle forme della superficie terrestre. George Marsh ce lo insegna già nell’Ottocento nella sua opera “l’Uomo e la Natura”: ogni modificazione della superficie altera tale equilibrio: la riduzione dei ghiacciai, i ”corpi neri” dell’asfalto, le sconfinate conurbazioni, l’asportazione di materia dal suolo, l’inquinamento dei mari e degli oceani, le grandi opere hanno perciò tutte incidenza significativa sul Clima e non possono essere ignorate a Copenhagen.
Dunque, un intreccio profondo di immense questioni di ogni natura, che richiede una forte e diffusa sensibilizzazione di massa ed un impegno eccezionale a livello individuale e collettivo per cercare di fare della Conferenza di Copenhagen non la consueta sceneggiata dei potenti della Terra, ma un importante, storico, appuntamento per la avviare la salvezza del Pianeta.
Guido Pollice Antonio D’Acunto
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