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Conferenza di Copenhagen sui cambiamenti climatici: tra speranza e rischio di fallimento E-mail
copenhagenDichiarazioni di Guido Pollice e  Antonio D’Acunto. Nella informazione soprattutto al grande pubblico è assente un dato di fondamentale importanza da avere presente per tutto il percorso e per le valutazioni finali dei risultati  della Conferenza di Copenhagen: la Conferenza non è un evento in sé eccezionale, giacché si tratta della quindicesima conferenza delle Nazioni Unite  sulle variazioni climatiche. Dal 94 ad oggi essa si ripete come un rito dovuto, con tanta  enfasi, con tantissimi tecnici, esperti, partecipanti di ogni specie (quindicimila persone!)  per essere poi subito dopo domenticata: Berlino, Ginevra, Kyoto, BuenosAires, Bonn, L’Aia, Bonn ( bis), Marrakesh, Nuova Delhi, Milano, Buenos Aires (bis), Nairobi, Bali, Poznan: qualcuno si ricorda forse di qualche effetto di  questi avvenimenti? La Conferenza di Poznan si è tenuta solo un anno fa, dal 1° al 12 Dicembre 2008 ed è già completamente dimenticata da tutti. L’unico impegno vero è legato alla Conferenza di Kyoto con il suo protocollo debole e pur totalmente disatteso. Quindici appuntamenti, per  quasi 200 giorni di chiacchiere vuote completamente inutili in nome della salvezza del Clima e del Pianeta: questo è purtroppo il risultato finora ottenuto da queste Conferenze.  Copenhagen diventa perciò un evento straordinario se e solo se definisce scelte vere rispetto ai problemi e coerenti impegni forti e scadenzati.
56 giornali di 45 Paesi del Mondo, da Repubblica a Le Monde, da The Guardian al Suddeutsche Zeitung, hanno deciso di uscire con un comune editoriale il primo giorno della Conferenza di Copenhagen sui cambiamenti climatici: un intervento esplicito da parte di una significativa e rappresentativa area di informazione e di orientamento di opinione di milioni di persone: l’editoriale, già dal titolo “ci resta poco tempo” e poi nelle conclusioni “Vi imploriamo di fare la cosa giusta” è in realtà un appello-manifesto delle aspettative che esso propone  ai milioni dei propri elettori. Un fatto di grande novità e rilevanza, sicuramente ampiamente concordato e mediato negli interessi dei diversi paesi cui i giornali appartengono. Ebbene proprio per questo esso ci dà una preoccupazione di fondo rispetto ai risultati auspicabili: un passo dell’editoriale è esplicito:  il rinvio degli impegni concreti alla “prossima Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima prevista per il giugno prossimo a Bonn (tris) che dovrebbe essere considerata la data ultima”. Se fosse così si ripeterebbe la scenario della passate conferenze e Copenhagen sarebbe l’ennesimo fallimento, nonostante la grande speranza rappresentata dalla novità Obama.
No! La svolta come annunciato a titoli cubitali da molti giornali non può essere per nulla  rappresentata dal fatto che negli USA “ l’Agenzia per la protezione ambientale ha decretato ufficialmente che i gas serra sono una minaccia per la salute umana”. A parte il persistere della microscopica visione della stessa Agenzia che riduce la intera questione ai soli gas serra  ed alla sola salute umana, una dichiarazione non ha proprio alcun valore reale se non quella della mera propaganda.
In questi giorni da ogni parte del mondo, creando ed appoggiando ogni positiva iniziativa da dovunque venga, occupando ogni spazio informativo che il sistema di potere dà, occorre invece costringere prima la platea di tecnici ed esperti, spesso organici al sistema che  ha portato all’attuale rischio di infarto del Pianeta, e poi negli ultimi giorni i Ministri ed i Capi di Governo a decisioni fondamentali di natura politica, economica, culturale: non può essere più l’economia a guidare lo sviluppo del Mondo , ma la ecologia, con le sue regole e le sue necessità di rinnovabilità ed integrità. E’ assurdo  pensare di arrestare le emissioni di gas serra, con il mercato dell’acquisto da parte dei paesi industrializzati delle quote di emissioni  dei paesi poveri in cambio di merci,  sovrapproduzione o scarto della loro produzione o armi o qualche centesimo di euro per i più poveri. Sarebbe questa la vera novità, il sacrificio dei paesi ricchi e consumistici.
Non vi è invece soluzione alla questione se non si va alla sua radice:  l’abnorme, incompatibile  consumo di risorse, la insostenibile impronta ecologica della intera Umanità, nel contesto di un profondissimo squilibrio della sua distribuzione; diciamo pure se non cessa la rapina di una piccola parte di Uomini  rispetto alla intera Umanità e rispetto all’insieme delle Specie Viventi, alla Biodiversità ed al Volto stesso del Pianeta. Un nuovo ordine mondiale, questa è la necessità per arrestare la catastrofe.
La questione delle variazioni climatiche, dell’innalzamento delle temperature del pianeta, non è perciò legata solo alla quantità delle emissioni, pur di grande importanza  come nel protocollo di Kyoto, ma alla quantità di energia totale consumata,  allo sfiguramento del pianeta, alla distruzione di boschi e foreste, l’unica medicina per stabilizzare l’anidride carbonica.
Una Conferenza sulle variazioni climatiche, che voglia realmente attivare un percorso nuovo per la Umanità ed il Pianeta non può eludere nessuna di tali questioni; può trovare un equilibrio nella indicazione della entità degli interventi e dei tempi, avendo però la consapevolezza che già siamo abbondantemente oltre ogni limite di sostenibilità per le risorse e per la capacità recettiva del Pianeta, ma non può non fissare categoricamente impegni obbligatori, procedure di verifiche, distribuzioni di risorse di ogni natura.  Questo è quello che vorremmo uscisse da Copenhagen.
Roma 9 Dicembre 2009
 

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