
di Antonio D’Acunto. Le elezioni regionali e locali della prossima primavera si presentano, ad oggi, con un dato di ulteriore grave preoccupazione rispetto a tutte le precedenti, a partire almeno da un ventennio: la estrema debolezza della presenza dell’ambientalismo e più complessivamente dell’alternativa politica, economica e sociale, sia come contenuti sia come possibilità di diretta rappresentanza. Il dato traspare fin troppo evidente dalla discussione in atto sulla ricerca delle alleanze e sui temi che stanno cominciando ad emergere come base degli accordi. E’ la naturale deriva della perdita di quella egemonia culturale che negli anni 90 non solo esaltava le potenzialità di riferimenti elettorali direttamente collegabili a denominazioni “verdi” come il Sole che Ride ed i Verdarcobaleno e, per altro aspetto, Rifondazione Comunista, ma che richiamava tutte le forze politiche, principalmente quelle di Centro Sinistra come il PCI- PDS e poi Ulivo, a forti contenuti ecologisti. Articolata e complessa è l’analisi delle cause che hanno portato alla marginalità estrema il possibile cambiamento eco-solidale: dalla chiusura e personalizzazione del potere dei gruppi dirigenti alla conseguente rinuncia alla crescita organizzativa; dal consociativismo sfrenato alla debolezza delle proposte politiche; dal distacco dai problemi reali della gente alle, anche qui, conseguenti, campagne denigratorie e ridicolizzanti da parte delle forze conservatrici e reazionarie del Paese.
Sia nel campo dell’ambientalismo “puro”, sia nel campo “rosso-verde”, resta però sostanzialmente incompiuta, ancora fortemente sfilacciata, possiamo azzardare a dire, caotica e confusionaria, la sintesi e restano ancora decisamente inesistenti un progetto ed un percorso di ampia convergenza ideale, culturale, sociale, economico e conseguentemente politico, capace di presentarsi come alternativa vera e credibile per il futuro del Paese. In una logica di esasperata conservazione, soprattutto da parte di chi ha gestito il potere in questi anni, alle Regioni come negli Enti locali, appaiono forti le spinte a riproporre esperienze che hanno portato al massacro il grande potenziale, la tensione ideale, i valori del cambiamento profondo: alla luce del passato recente, questo è il significato vero degli “accordi tecnici elettorali”, delle grandi aggregazioni che sembrano volersi proporre, dalla destra culturale ed economica alla sinistra pragmatica istituzionalizzata. Naturalmente (aggiungerei in linea teorica, e forse ancor di più astratta) il futuro per tali alleanze potrebbe essere anche diverso e diverse potrebbero essere le scelte; ma questo richiederebbe, prima delle elezioni, nella fase stessa della costituzione delle alleanze, un confronto essenziale su contenuti fondamentali ed un chiaro patto, un vero Manifesto di Legislatura. Chiaramente con le caratteristiche camaleontiche e trasformiste delle forze politiche in generale e di molti personaggi, questo Manifesto non costituirebbe certo una garanzia dell’azione politica, ma sicuramente un forte riferimento di analisi, di critica e di costante mobilitazione per gli elettori che lo avessero condiviso ed appoggiato. Il Manifesto di Legislatura sarebbe la reale alternativa al messaggio elettorale costruito sulla sola necessità (ovviamente implicitamente condivisa) di sconfiggere Berlusconi, specie laddove spesso questo messaggio avviene su contenuti ancor più reazionari e retrivi dello stesso berlusconismo e leghismo. Un esempio per tutti: le dichiarazioni ed il conseguente orientamento politico del candidato dell’Alleanza di Centro-Sinistra, Filippo Penati, della Segreteria di Bersani, che critica il tetto del 30% per gli studenti immigrati nelle scuole, proposto dalla Gelmini, perché è troppo alto, avendo presumibilmente in mente scuole per soli italiani e ghetti per gli studenti figli di immigrati. Il passaggio della stessa forma di degenerazione dalla scuola agli altri servizi e spazi pubblici e sociali non è impensabile e l’idea della introduzione di forme nuove di apartheid non è peregrina! Penati pensa di vincere con questi contenuti? A chi interessa? Come è minimamente possibile per forze, che si dichiarano democratiche e progressiste, pensare di stare un una aggregazione dove vive questo spirito?
Nella difficile situazione di rilevante disgregazione che caratterizza oggi la realtà eco-solidale e la sinistra realmente democratica e progressista, il Manifesto viene a costituire anche un momento vero di incontro, una piattaforma, intesa proprio nella sua accezione terminologica, per far partire un percorso per affermare una nuova egemonia di valori e politica nel Paese. La denominazione di Manifesto rispetto al Programma assume una maggiore caratterizzazione di esternazione, di impegno pubblico ed esprime almeno la ricerca della costruzione di una politica che parta dalla partecipazione attiva dei Cittadini, altrimenti totalmente alienati dai processi elettorali per il Governo delle Istituzioni, che al contrario dovrebbero essere proprio la Comunità dei Cittadini: la concezione perduta della Polis greca, naturalmente con i limiti nelle grecità della appartenenza alla polis.
La crisi dei partiti politici, come espressione di interessi collettivi e orientati nelle finalità ideali, culturali, economiche, e nella funzione di creazione di democrazia, di partecipazione alle scelte, di qualificazione o almeno di selezione del ceto politico, richiama una riflessione generale su come costruire oggi la democrazia in generale ed in particolare quella istituzionale. L’articolo 49 della costituzione, “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, pur nella evidente continuità della sua giustezza formale, non è più sostanzialmente da solo sufficiente. I cambiamenti profondi della comunicazione, pur nei limiti grandissimi connessi all’impoverimento dei rapporti diretti tra la persone - lo stare insieme ed il guardarsi negli occhi - consentono scambi di pensiero, di riflessioni, di proposte, inimmaginabili al tempo della promulgazione della Costituzione e fino a qualche decennio orsono. E se è profondamente vero che il possesso dei mezzi di comunicazione è la forza massima del potere oggi sia di singola persona che di lobbies e gruppi, è altresì vero che immenso e determinante è il terreno nuovo che si è aperto anche per la partecipazione, per la democrazia, per il cambiamento. E’ un dato ovviamente acquisito che sul piano del sociale e del movimento già si è sviluppato un infinito universo di “reti”, di siti e di blog, con dialoghi, proposizioni, attivazioni di iniziative e di lotte. Ed è rispetto a questo universo che è presente, con tendenza ad una ulteriore, forte accentuazione, una pesante forbice nei processi di formazione e nella successiva identità delle istituzioni, a tutti i livelli: la scure sul sistema elettorale proporzionale puro è l’antitesi della nuova domanda di partecipazione e protagonismo e l’articolo 49 della Costituzione, di fondamentale importanza dopo la dittatura fascista per la costruzione della democrazia in Italia, richiama esso stesso oggi la necessità di un suo rinnovamento con la ricerca, teorica e sperimentale, di nuovi percorsi per “concorrere, come abbiamo già detto, con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Nell’universo delle reti, delle leghe, delle associazioni, dei movimenti nell’accezione più ampia persistono, anche se spesso con tangibili contiguità che ne consentono un’azione unitaria, culture politiche ed analisi che si rifanno in estrema sintesi alla polemica Bakunin-Marx sul rapportarsi allo Stato e conseguentemente alle Istituzioni tutte; per la natura stessa dei percorsi nuovi da proporre e costruire per la democrazia dal basso e per i contenuti di alternatività, le diverse anime potrebbero riflettere in maniera nuova sulla opportunità – necessità che emerge dalla crisi della politica per una nuova identità delle istituzioni e della loro realizzazione.
Naturalmente quello che ho indicato come Manifesto di Legislatura non è la soluzione delle questioni poste, ma ha il valore di un contributo metodologico e contenutistico, nella evidenziazione di una funzione politica più che istituzionale.
I Manifesti di Legislatura Regionali o, per gli altri Enti Locali, di Consiliatura, nella necessaria compatibilità dei loro poteri istituzionali, hanno nella territorialità l’essenza dei loro contenuti e dei soggetti che gli danno vita; ma, per la comune filosofia ispiratrice, ogni eventuale ipotesi di accordo elettorale nelle diverse regioni e negli enti locali da parte delle forze ecologiste e della sinistra non può non essere fatto che su alcune fondamentali questioni non mediabili. Ne enunciamo alcune, sapendo che altre, di pari valenza, possano ancora esservi: la solidarietà multietnica e la politica dell’accoglienza e del rispetto dei diritti sindacali e salariali di tutti i lavoratori da qualsiasi luogo provengano ed in qualsiasi parte del Paese lavorino; il no al nucleare e la difesa costituzionale dell’autodeterminazione delle Regioni (l’articolo 117 della Costituzione) con la formulazione di Piani energetici, sia regionali che locali, fondati sulle fonti rinnovabili e sul risparmio; il no alla presenza di natanti nucleari nei porti e nel mare territoriale; la tutela integrale della Biodiversità nell’accezione globale di Natura, Storia, Cultura, nel contesto di una organica politica dei Parchi e delle Riserve Naturali e di protezione degli Animali; la organizzazione di una vera Protezione Civile costruita sulla prevenzione, a partire dagli incendi boschivi; la difesa dei suoli agricoli contro ogni ulteriore cementificazione, nel contesto dello sviluppo di un’agricoltura biologica e non OGM; la gestione pubblica dell’acqua in ogni suo aspetto e momento del suo ciclo; la fruizione pubblica e gratuita del mare e delle spiagge e di ogni bene e risorsa pubblica; il no agli inceneritori ed un piano dello smaltimento dei rifiuti basato sulla raccolta differenziata, il riciclaggio ed il riuso, unitamente ad una politica di riduzione della produzione stessa dei rifiuti; una politica del primato del trasporto pubblico, in ogni scelta a partire dai finanziamenti; un piano operativo per la deamiantizzazione residua sia per le civili abitazioni che per gli impianti di produzione; un censimento organico, di concerto tra tutti gli enti locali, delle aree inquinate da discariche, abusive e non, ed un piano definito tecnicamente, temporalmente e finanziariamente per la loro bonifica; la promulgazione di una nuova legislazione regionale basata sul principio di precauzione secondo la filosofia della Conferenza di Rio del 1992 per la limitazione dell’inquinamento, elettromagnetico dell’etere, dell’aria, delle acque con la introduzione, fondamentale, della quantità totale di inquinante immessa nell’ambiente esterno rispetto agli attuali limiti legati ai valori percentuali dello scarico e con un preciso piano di obbligo di adeguamento impiantistico e con la qualificazione delle ARPAR (R- per regionali); una politica di forte e rinnovato impegno per la scuola e la sanità pubblica, con particolare riferimento alla disabilità; la lotta alla disoccupazione, come scelta fondamentale delle istituzioni locali, con un piano del lavoro costruito sull’arricchimento, anche per le future generazioni, dei valori ambientali, culturali, solidali del territorio e della Comunità locali; la proposizione di una tassazione equa nel senso di una accentuata accelerazione in rapporto alla crescita dei redditi; una rinnovata ecologia della politica, intesa come impegno costante di verifica etica di ciascun eletto, di lotta agli sprechi, all’uso improprio e a fini personali delle Istituzioni e del bene pubblico, di trasparenza, di accesso ad ogni atto, di attivazione della partecipazione dei cittadini.
Il Manifesto di Legislatura come Manifesto per il Cambiamento: è questa la sfida vera che l’ambientalismo e la sinistra, se profondamente rinnovate, devono lanciare alla Società civile, sociale, economica e politica.