Impianti FER e relative opere “connesse” in area agricola: quando si può parlare di abuso edilizio secondo il D.P.R. n. 380/2001?

Sempre più ricorrente il ricorso all’istituto dell’esproprio per la realizzazione di impianti energetici alimentati da fonti rinnovabili (FER) e relative opere connesse.

Un esproprio che, oltre ad arrecare un danno ai cittadini coinvolti, può diventare una beffa qualora l’opera che si intende realizzare, utilizzando maldestramente l’arma espropriativa in modo intimidatorio, rappresenta un abuso per palese violazione della normativa nazionale.

La normativa nazionale riconosce, ad un qualunque impianto FER, la pubblica utilità, l’indifferibilità e l’urgenza.

Un riconoscimento alquanto discutibile che ha aperto le porte a tanti speculatori ed approfittatori che si sentono legittimati, grazie ad una generosa e gonfiata incentivazione statale ormai da tutti riconosciuta, a porre in secondo piano l’ambiente ed il paesaggio rispetto al proprio conto corrente societario.

Come se non bastasse, un impianto FER può essere autorizzato in un’area classificata agricola da vigenti piani urbanistici, ai sensi dell’art. 12, comma 7, del d.lgs. n. 387/2003.

Inoltre, l’autorizzazione unica, propedeutica alla realizzazione dell’impianto, costituisce di per sé variante allo strumento urbanistico, ove occorra, così come previsto all’art. 12, comma 3, del d.lgs. n. 387/2003 ed esplicitato al punto 15.3 della Parte III dell’allegato del D.M. del 10 settembre 2010 (Decreto del MiSE).

Tuttavia, occorre ricordare che la realizzazione in area agricola non può avvenire in modo automatico e senza alcuna possibilità di dissenso da parte delle amministrazioni coinvolte poiché la norma prevede, al già citato art. 12 comma 7 del d.lgs. n. 387/2003, che la collocazione di tali impianti, sia pur in area agricola, avvenga nel rispetto delle disposizioni in materia di sostegno del settore agricolo con particolare riferimento alla valorizzazione delle tradizioni agroalimentari locali, alla tutela della biodiversità, del patrimonio culturale e del paesaggio rurale.

 

    

 

 

 

 

 

 

Ciò premesso, è necessaria una precisazione che, a giudizio dello scrivente, dovrebbe essere motivo di riflessione per tutti coloro che hanno offerto o che si troveranno ad offrire il loro contributo negli iter autorizzativi di mega impianti FER, in area agricola, con ciclopiche opere connesse quali stazioni elettriche di utenza, di smistamento, di trasformazione, cavidotti ed elettrodotti.

La precisazione riguarda le limitazioni inserite dal legislatore statale che, sia pur ammettendo la collocazione in area agricola degli impianti rinnovabili, impone che ciò avvenga nel rispetto del territorio.

A proposito di limitazioni è rilevante la pronuncia della Corte di Cassazione penale, Sezione III che tramite sentenza n. 15988 dell’8 aprile 2013 precisa: “è opportuno osservare che ai sensi dell’art. 12, comma 7, del d.lgs. n. 387/2003 gli impianti fotovoltaici possono essere ubicati anche in zone classificate agricole dai vigenti piani urbanistici, purché risulti sostanzialmente salvaguardata l’utilizzazione agricola del territorio”.

Ovviamente, l’art. 12 comma 7 non si riferisce solamente al fotovoltaico, ma in modo generale a tutti gli impianti alimentati da fonti rinnovabili.

In molti si chiederanno se gli impianti alimentati da fonte rinnovabile, collocati in area agricola, salvaguardino sempre l’utilizzazione agricola del territorio così come prescritto dalla normativa nazionale.

Si pensi ai maestosi impianti solari termodinamici (CSP) ed alla relativa occupazione di centinaia di ettari di superficie con migliaia di trivellazioni per la realizzazione di pali di fondazione, sbancamenti di milioni di metri cubi di terreno e relativa asportazione dello strato più fertile del suolo.

Chiediamoci se in un siffatto contesto sarebbe logico parlare di salvaguardia dell’utilizzazione agricola del territorio.

Si pensi, inoltre, alle mega stazioni elettriche, spesso autorizzate come “opere connesse” ad impianti eolici, estremamente invasive e per nulla rispettose della destinazione agricolo del suolo dal momento che la fertilità dello stesso viene irrimediabilmente compromessa da opere di cementificazione ed impermeabilizzazione.

Tutto ciò sembra essere del tutto in disaccordo con l’art. 12 comma 7 del d.lgs. n. 387/2003. Ostinarsi a leggere la norma nazionale in modo miope espone tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione di tali opere ad evidenti responsabilità nell’aver reso possibile evidenti abusi edilizi (cfr. artt. 40, 41 e 44 del D.P.R. n. 380/001 – Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia) per un presupposto e presunto titolo autorizzativo illegittimo.

Meritevole di attenzione la sentenza del T.A.R. Emila-Romagna, Sez. I, n. 326/2016, in merito all’ubicazione degli impianti FER.

La sentenza  ha ricalcato l’orientamento giurisprudenziale ribadito anche dalla Corte costituzionale, tramite sentenza n. 166/2014, riguardante un ricorso in via incidentale per un giudizio di legittimità costituzionale di una legge della limitrofa Regione Puglia.

Secondo la pronuncia del T.A.R., la realizzazione di impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in aree classificate “agricole” negli strumenti di pianificazione urbanistico – territoriale è consentita in via eccezionale dall’art. 12, comma 7, del d.lgs. n. 387/2013, “essa, tuttavia, prevede … che si tenga conto delle disposizioni in materia di sostegno nel settore agricolo, con particolare riferimento alla valorizzazione delle tradizioni agroalimentari locali, alla tutela della biodiversità, così come del patrimonio culturale e del paesaggio rurale (cfr. Tar Lazio II quater 12754/2014)”.

Infatti, “la rilevanza costituzionale del paesaggio se giustifica un sacrificio parziale di tale valore, in un’ottica di contemperamento con altri interessi di pari rilevanza, quali l’ambiente e la tutela della salute, in ogni caso impone di ricercare un limite di compatibilità che impedisca di annullare i valori identitari e culturali per rendere il territorio compatibile con altre forme di utilizzo necessarie alla salvaguardia di interessi di pari rango, per evitare che i richiamati caratteri identitari, spirituali e culturali, già in precedenza compromessi dall’intervento dell’uomo, possano venire definitivamente cancellati (cfr. Tar Lazio II quater n. 12754/2015)”.

Ancora più esplicita la sentenza del Consiglio di Stato, sez. IV, n. 1274/2016 con la quale si precisa che l’art. 12, comma 7, del d.lgs. n. 387/2003 prevede una possibile e non automatica localizzazione degli impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in zone classificate agricole dai vigenti piani urbanistici, in quanto rimessa ad una valutazione discrezionale dell’Amministrazione. 

La sentenza evidenzia che la realizzazione dell’impianto in zona agricola costituisce, pertanto, una possibilità da valutare nell’equilibrata composizione dell’interesse alla realizzazione dell’impianto e delle tradizioni agroalimentari locali, della tutela della biodiversità, così come del patrimonio culturale e del paesaggio rurale.

La conclusione alla quale si perviene è di sicuro interesse per tutti i Comuni chiamati a rilasciare, nelle Conferenze di Servizi (CdS), i propri pareri urbanistici.

Così come ha avuto modo di evidenziare il Gruppo di Intervento Giuridico Onlus, i Comuni interessati possono, ai sensi dell’art. 12 comma 7 del d.lgs. n. 387/2003, giudicare incompatibile l’impianto – collocato in area agricola – nel pieno esercizio della propria discrezionalità in materia di governo/amministrazione del proprio territorio.

Parere da ritenersi illegittimo solo da un giudice amministrativo per profili di illogicità nella motivazione quale parte integrante del proprio parere rilasciato in sede di CdS oltre che nell’ambito del procedimento di Valutazione Impatto Ambientale qualora il progetto sia stato assoggettato a V.I.A.

Dovrebbe far riflettere anche la sentenza del Consiglio di Stato, Sez. VI, 29 gennaio 2015, n. 333 con la quale è stata riconosciuta la correttezza del Comune di Campagnano di Roma nell’aver negato la possibilità di realizzazione di un impianto fotovoltaico e relative opere afferenti in area agricola in quanto slegato dalla connessione con un’azienda agricola.

Nella sentenza si fa osservare che il manufatto in questione non consiste, infatti, solo nell’impianto fotovoltaico, ma in un’opera edilizia vera e propria, essendo recintato da un muretto in calcestruzzo e dalla relativa palificazione, per un’altezza di due metri e mezzo.

La nuova edificazione in zona agricola è consentita solo se necessaria alla conduzione del fondo e all’esercizio delle attività agricole.

Infatti, nelle zone agricole “E” degli strumenti urbanistici comunali, possono essere autorizzati soltanto interventi relativi ad attività agricole e/o strettamente connesse (vds. Cass. pen., sez. III, 9 marzo 2012, n. 9369; Corte App. CA, Sez. II, 18 giugno 2014), non certo opere e/o infrastrutture connesse ad attività di produzione energetica di tipo industriale.

Se quanto evidenziato ha trovato applicazione per un modesto impianto fotovoltaico, lasciamo immaginare cosa significhi per tutte quelle opere cosiddette “connesse”, come stazioni elettriche ed elettrodotti, il cui iter autorizzativo ha spesso seguito strade volutamente semplificate bypassando, surrettiziamente, le più elementari norme urbanistiche ed edilizie al fine di far sembrare legittimo un intervento edilizio che invece dovrebbe, verosimilmente, essere inquadrato come un abuso penalmente rilevante.

 

Ing. Donato Cancellara

Associazione VAS Onlus per il Vulture – Alto Bradano

 

(Articolo scritto il 29 dicembre 2017, pubblicato con questo titolo sul numero 1 di marzo 2018 della Federazione nazionale “Natura e Società” di Pro Natura)

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