Il commercio internazionale fa impennare le emissioni di gas serra italiane: +28%

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Nonostante le spinte nazionaliste che minacciano il commercio internazionale la crescita economica del mondo è tornata a correre, o almeno così si aspetta l’Fmi.

Non ovunque, però.

All’interno del nuovo World economic outlook, il Fondo monetario internazionale prospetta un Pil globale a +3,5% nel 2017, crescita che si dimezza guardando alla zona euro (+1,7%) e che in Italia crolla ancora della metà (+0,8%): nonostante la sicurezza ostentata dalle istituzioni nazionali, quella italiana è la performance peggiore di tutta l’Eurozona.

Certo, anche a livello globale i rischi non mancano.

Solo pochi giorni fa il gotha dei maggiori organismi internazionali – Fmi, Ocse, Banca mondiale, Wto, Ilo – ha pubblicato una dichiarazione congiunta per sottolineare il ruolo del commercio internazionale nel promuovere la crescita del Pil, pur riconoscendo le sue conseguenze in fatto di maggiori disuguaglianze economiche (e dunque la necessità di correggerle).

Rimane però purtroppo ai margini del dibattito un elemento fondamentale, ovvero l’impatto ambientale della globalizzazione.

Chi sono i principali inquinatori, i consumatori di risorse naturali o gli emettitori di gas serra?

Rispondere con precisione a questa domanda non avrebbe solo implicazioni morali, ma – riconosciuta la necessità di percorrere un modello di sviluppo più sostenibile – permetterebbe di individuare in quali Stati concentrare il cambio di rotta.

Nel comune sentire a finire nel mirino sono in primis la Cina o i Paesi arabi con il loro petrolio, ma un approccio troppo superficiale si trasforma facilmente in un gioco allo scaricabarile.

Per questo la scienza sta esplorando nuove vie.

Concentrandosi sull’inquinamento (qui) o sull’emissione di gas climalternati (qui e qui), alcuni studi hanno già mostrato quanto i risultati cambino tenendo in considerazione gli effetti del commercio internazionale – ovvero tenendo conto dei beni e servizi prodotti in uno Stato ma esportati a favore di un altro –, ma oggi per la prima volta una ricerca condotta dall’Università di Siena insieme a quella di Aarhus presenta un elemento innovativo importante dal punto di vista metodologico: «A differenza dei più sofisticati metodi per assegnare la responsabilità al consumatore, quello da noi presentato – spiega uno dei co-autori, Federico Maria Pulselli – richiede un più limitato numero di dati, non sostituisce l’attuale sistema utilizzato bensì lo completa, introducendo il commercio nella contabilizzazione.  

Questo significa che potrebbe essere implementato a partire da subito, senza necessariamente riconfigurare la metodologia esistente».

Con quali conseguenze?

La ricerca Mapping the international flows of GHG emissions within a more feasible consumption-based framework ridisegna la mappa mondiale delle emissioni di gas serra tenendo conto delle otto miliardi di tonnellate di CO2 “incorporate” nel commercio internazionale, cioè emesse in una nazione per produrre beni consumati in un’altra nazione.

«Uno degli effetti principali del sistema economico attuale – spiega Dario Caro, ricercatore della Aarhus University e principale autore dell’analisi – è la delocalizzazione della produzione, dai paesi sviluppati ai paesi in via di sviluppo.  

Così, oltre a ridurre i costi di produzione, si sfruttano le risorse degli ultimi, senza essere minimamente responsabilizzati da un punto di vista politico-ambientale».

Un approccio che ci riguarda da vicino, perché accende i riflettori sulla responsabilità dei consumatori, e che «permette di assegnare la responsabilità delle emissioni in modo più equo tenendo conto anche dell’effetto del commercio.  

Sebbene la Cina rimanga il maggiore emettitore mondiale – aggiunge Simone Bastianoni – la sua responsabilità diminuisce perché si tiene conto del fatto che la sua produzione è in gran parte dovuta all’export».

E gli altri Paesi?

Come evidenzia l’economista Simone Borghesi, co-autore della ricerca nonché prestigiosa firma del think tank di greenreport – Ecoquadro – gli «Stati Uniti sono il Paese che importa la maggiore quantità di CO2 ‘nascosta’ e con questa nuova attribuzione le emissioni di cui sono responsabili aumentano di circa il 15%.  

Da un punto di visto relativo, le nazioni che importano di più sono l’Olanda, che raddoppia la propria responsabilità in termini di emissioni, la Francia (+50%) e il Regno Unito (+35%)».

Anche il Mediterraneo, complessivamente, ha un consumo di emissioni maggiore rispetto alla sua produzione: questo è dovuto soprattutto alle importazioni verso la Francia, la Spagna la Turchia e ovviamente l’Italia.

Nel complesso, tenendo conto degli effetti del commercio internazionale le nostre emissioni nazionali di circa oltre un quarto (+28%).

Numeri che, conclude Borghesi, devono «far riflettere sulla presunta divisione tra paesi virtuosi e non, e induce tutti noi, come consumatori finali, a interrogarci sulle responsabilità delle nostre scelte di consumo».

Consapevoli che se allargassimo l’osservazione non solo ai gas serra ma anche all’estrazione e impiego di materie prime non energetiche necessarie a realizzare i nostri innumerevoli beni di consumo, le nostre responsabilità non farebbero che aumentare ancora.

 

(Articolo di Luca Aterini, pubblicato con questo titolo il 19 aprile 2017 sul sito online “greenreport.it”)



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