Gas flaring e petrolio: non ci troviamo in un’area desertica, ma in Basilicata

 

Associazione Intercomunale LucaniaCircolo Territoriale VAS Vulture-Alto Bradano

 

La questione petrolifera che tanto attanaglia la Regione Basilicata ha costretto tutti noi a prendere confidenza con parole non di uso comune come il “fracking” e, purtroppo, con il cosiddetto “gas flaring”. 

Parole, queste ultime, sempre più attuali viste le ripetute fiammate verificatesi a Viggiano presso il Centro Olio Val d’Agri (COVA) dell’Eni quale attività sottoposta alla Direttiva Seveso in quanto a rischio di incidente rilevante (cfr. http://www.olachannel.it/video-shock-fiammata-cova/). 

Fiammate nel Cova di Viggiano

Fiammate nel COVA di Viggiano (PZ)

Episodi che hanno portato l’Assessore regionale all’Ambiente, Prof. Aldo Berlinguer, a dichiarare che tale fenomeno genera “diffusa preoccupazione nelle comunità residenti e mina alla base la – possibile – convivenza delle estrazioni con le popolazione locali. Per di più, nell’ultimo periodo, gli episodi citati si sono verificati con maggiore frequenza […] si tratta di una lunghissima serie di eventi che, pur cagionati da cause diverse, comportano le medesime conseguenze: allarme sociale, preoccupazione per le ricadute ambientali che i fenomeni innanzi descritti potrebbero determinare, sfiducia nei confronti delle istituzioni” (cfr. http://www.olambientalista.it/?p=41257 e video del TGR Basilicata – servizio di Edmondo Soave https://www.youtube.com/watch?v=shEyPVF5Tz4). 

Con il fiaro sospaeo..    

Fiammate nel COVA di Viggiano (PZ) 

Il gas flaring consiste nella combustione di gas naturale in eccesso estratto insieme al petrolio.

Il gas combusto genera una fiamma che immette nell’atmosfera principalmente anidride carbonica, idrogeno solforato, ossidi di azoto, composti organici volatili (VOC), anidride solforosa, benzene, metano.

Si calcola che questa combustione bruci complessivamente, nel mondo, circa 140 miliardi di metri cubici di gas liberando in atmosfera 350 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno.

Esemplificativo il video sul gas flaring nel mondo: ttps://www.youtube.com/watch?v=miOJ86B4xe8.

Un problema, quello del gas flaring, che in modo più contenuto affligge anche i cittadini a ridosso del COVA di Viggiano.

Il Centro Olio della Val d’Agri è un impianto che pur disponendo di infrastrutture per il recupero e il trattamento del gas naturale estratto, in situazioni di emergenza determina l’azionamento della torcia con la sua orami consueta e per nulla rassicurante fiammata che garantirebbe la sicurezza del COVA bruciando il gas in eccesso presente nelle linee di produzione.

Il centro di Viggiano.

Centro Olio Val d’Agri dell’Eni a Viggiano (PZ)

Si parla di gas flaring d’emergenza piuttosto che di gas flaring di processo o di routine.

Una situazione d’emergenza che, vista la frequenza con la quale le fiammate si verificano, renderebbe sempre più inquietante ed improponibile la convivenza con la “lunghissima serie di eventi” verificatisi nel 2014-2015.

Tanto risalto venne dedicato alla colorazione del muro di recinzione del COVA di Viggiano, il cosiddetto miglio artistico, in attesa dell’inaugurazione della V linea che oggi possiamo definire meno “artistica” e meno rassicurante dei suggestivi colori utilizzati per la realizzazione di un’opera che sembra beffare i lucani a fronte delle recenti fiammate.

Con il fiato sospeso

Centro Olio Val d’Agri dell’Eni a Viggiano (PZ)

Già nel maggio 2013, l’Eni si poneva come obbiettivo quello di azzerare il gas flaring di processo, entro il 2017, quindi rendere nulli i volumi di gas connessi all’estrazione del greggio e bruciati in torcia (cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2013-05-07/porta-zero-flaring-150948.shtml?uuid=AbN7PqtH&refresh_ce=1). 

Si è parlato di gas flaring anche nella XXI Conferenza mondiale sul clima (COP21) a Parigi.

Sicuramente è stato un incontro carico di buone intenzioni, ma possiamo ritenerci concretamente soddisfatti?

Come spesso accade negli incontri “vetrina” occorre chiedersi quanta coerenza c’è tra il dire ed il fare da parte dei tanti partecipanti.

Sicuramente colpisce apprendere che, in occasione della COP21, è stata lanciata un’iniziativa per azzerare entro il 2030 il cosiddetto gas flaring.

L’iniziativa è stata firmata da 45 governi, aziende petrolifere (tra cui anche Eni) e rappresenta un potenziale risparmio di 100 milioni di tonnellate annue di emissioni di CO2. (cfr. http://www.firstonline.info/a/2015/12/07/cop21-iniziativa-per-fermare-il-gas-flaring-entro-/cfdea54b-3862-42b0-b38a-2af34c5c0ff6).

Tuttavia, imporre l’anno 2030 come limite temporale per azzerare il gas flaring, nell’intero Pianeta, non sembra molto coerente con quanto già sentenziato dall’Alta Corte federale in Nigeria, da oltre 10 anni, secondo la quale il gas flaring, quale pratica adottata da tante multinazionali petrolifere che operano nella regione del Delta del Niger, è illegale poiché viola i diritti umani delle popolazioni locali.

Il gas flaring, quindi la combustione a cielo aperto del gas naturale collegato all’estrazione del greggio, è da anni causa di inquinamento con significative ripercussioni sull’ambientale.

La sentenza dell’Alta Corte federale fece seguito al ricorso contro la joint venture composta dalla Nigerian National Petroleum Corporation e altre cinque compagnie straniere (Agip, Shell, Chevron-Texaco, Exxonmobil e Total-Fina-Elf) da parte di una comunità residente nella regione del Delta del Niger.

Ricorso che venne accolto in ogni suo punto, come confermato anche da Nnimmo Bassey, direttore di Environmental Rights Action, organizzazione che ha sostenuto il caso presentato dagli Iwerekan.

Il gas flaring estremamente impattante, soprattutto in assenza di infrastrutture adeguate in loco per lo sfruttamento petrolifero, “va contro il diritto alla vita, alla salute e alla dignità” (cfr. http://www.foe.org.uk/resource/press_releases/court_case_result_oil_comp_14112005).

Del tutto condivisibile quanto scritto recentemente da La Stampa in merito all’azione che le compagnie di petrolio e gas propongono circa il ridurre le emissioni di metano che si liberano durante le operazioni di estrazione.

Il quotidiano La Stampa evidenziò, in un articolo del 4 dicembre scorso a firma di Mariagrazia Midulla, il tentativo di “greenwashing” cioè voglia di far sembrare verde l’operato di società petrolifere che tanto verdi non sono.

In merito alla riduzione di gas flaring, da parte delle compagnie petrolifere, si legge: “qualcosa che avrebbero dovuto fare da lungo tempo, e che comunque nulla ha a che fare con un’agenda che dovrebbe mirare a limitare e tagliare l’uso dei combustibili fossili. Qui il fine pare essere esattamente l’opposto, tutelare gli interessi che sono i driver del cambiamento climatico, e non diventare leader nella lotta al cambiamento climatico. E infatti l’ENI, sempre nella LPAA, ripropone anche la riduzione delle emissioni di CO2 derivanti dal gas flaring (combustione di gas in eccesso estratto insieme al petrolio, senza recupero energetico, che genera una fiamma sopra le torri petrolifere). Tutte cose facili e ovvie che avrebbero dovuto già fare da un bel pezzo. E che peraltro ci risulta abbiano già usato per i Clean Development Mechanism del protocollo di Kyoto: si aspettano anche i complimenti?” (cfr. http://www.lastampa.it/2015/12/04/blogs/clima-italia-chiama-mondo/lindustria-fossile-tenta-il-greenwashing-Xlh3cZxuAdTiok90YRxPdO/pagina.html)

Di gas flaring si parlerà oggi, 11 dicembre, a Roma in un incontro pubblico intitolato “Crimini Ambientali e Clima: da Chevron-Texaco a COP21”.

Nell’incontro interverrà l’avvocato ecuadoriano Pablo Fajardo illustrando la sua lotta giudiziaria con il maggior risarcimento mai riconosciuto nei disastri ambientali, 19 miliardi di dollari, poi ridotti a 9.5 nel 2013.  

Oltre all’avvocato ci sarà anche uno dei grandi protagonisti di quella lotta, Humberto Piaguaje, coordinatore dell’associazione delle vittime del petrolio. 

 Locandina 11.12.2015

Locandina dell’evento informativo – Roma 11 dicembre 2015 

Sicuramente, l’avvocato Pablo Fajardo racconterà di quando, nel 2005, si sedette in un’aula giudiziaria di New York per affrontare decine di legali della terza impresa degli Stati Uniti, Chevron-Texaco, accusata di aver avvelenato un’intera regione e la gente che l’abitava per trent’anni.  

La sua “arma” vincente fu il non dover inventare nulla, ma limitarsi ad illustrare ciò che era avvenuto: in Ecuador,  la società petrolifera Texaco, fusasi successivamente nel 2001 con la Chevron Corporation, in oltre 25 anni di estrazioni nell’area della foresta amazzonica di Lago Agrio, avrebbe contaminato la foresta con oltre 63 milioni di litri di petrolio sversato, oltre 70 milioni di acque reflue tossiche disperse nel terreno, nei fiumi, nelle lagune e 35 miliardi di metri cubi di gas bruciato tramite con ingenti quantità di inquinanti in atmosfera in seguito al ricorso al gas flaring.

L’iter legale di quello che è stato definito “il processo del secolo”, iniziò nel 1993 a New York e culminò con la storica sentenza della Corte Provinciale d’Appello di Sucumbíos nel 2012 che ha condannato la compagnia a una compensazione a favore delle vittime di ammontare pari a 9.5 miliardi di dollari, cifra ancora oggi non riconosciuta dalla società che ha respinto le decisioni dei tribunali sia dell’Ecuador sia internazionali. 

Il caso è tuttora pendente.

 

11 dicembre 2015

 

 

Donato Cancellara

Associazione Intercomunale Lucania

Associazione VAS per il Vulture Alto Bradano

 

 

 

 



Una risposta a:
Gas flaring e petrolio: non ci troviamo in un’area desertica, ma in Basilicata

  1. […] Nell’articolo si parla del Centro Olio Val d’Agri di Viggiano, ma non si fa alcun cenno al suo essere un’attività a rischio di incidente rilevante sottoposta alla Direttiva Seveso, al suo trovarsi a ridosso del centro abitato e alle ripetute fiammate dovute al gas flaring d’emergenza che rappresenta uno dei tanti aspetti di una realtà molto più articolata di cui non si trova traccia alcuna nell’articolo di Panorama (cfr. http://www.vasonlus.it/?p=23977). […]

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